Chiedi a tuo padre

Chiedi a tuo padre – Davide Calì e Noemi Vola

Chiedi a tuo padre, scritto da Davide Calì e illustrato da Noemi Vola, è un piccolo e ironico manuale, edito da Corraini Edizioni, in cui sono raccolte alcune delle incomprensioni quotidiane che fanno arrossire, per un motivo o per l’altro, adulti e bambini.

Chiedi a tuo padre di Davide Calì e Noemi Vola

Una campitura rossa che delimita, probabilmente, una zona a rischio: questo l’incipit visivo che rimpalla lo sguardo direttamente al titolo e, come un boomerang, ci riporta a quel padre da copertina (in babbucce bianche, comodo in poltrona e apparentemente intento a destreggiarsi tra i fogli formato classico dei giornali 55×40) che dev’essere il prototipo dell’adulto chiamato a rispondere a domande o situazioni, potenzialmente sfavorevoli, innescate, niente di meno che, da una genuinità tutta immediatezza e questioni, tipicamente bambina.

A complicare la circostanza, inoltre, c’è la possibilità che quel bambino o bambina sia tuo figlio o tua figlia e dunque che quel tale sia tuo padre o tua madre. Un intrico di questioni cosmiche e colossali che sembrano condensarsi in un dalmata a pois blu, tracciato a ‘mo di impalcatura, e che incornicia la scena di quella che doveva essere una pacata giornata di letture e giardinaggio.

Chiedi a tuo padre… e altre frasi misteriose degli adulti, scritto da Davide Calì e illustrato da Noemi Vola, è un piccolo e ironico manuale, edito da Corraini Edizioni, in cui sono raccolte alcune delle incomprensioni quotidiane che fanno arrossire, per un motivo o per l’altro, adulti e bambini.

Ambiguità tra bambini e adulti

I risguardi del libro sono affollati da una catalogazione di tipi o di modi d’intendere i tipi che si osservano e con cui si interagisce: uomini dall’aspetto zoomorfo, animali dall’aspetto antropomorfo, l’impiegato con i baffi e la manta impiegata, il ragazzo con la maglia dei Verdena e l’alieno total green, quasi a ricordarci i brutti tiri che gioca l’incomprensione e che spesso porta, ad esempio, a pensare di aver a che fare non con la propria madre, ma con un broccolo che vuol farsi mangiare anche se ridotto in crema, oppure non con il proprio figlio, ma con un perfetto bifolco che non conosce le buone maniere e che si scorda di dire “la parolina magica” che nel gergo adulto corrisponde, in maniera inequivocabile (a loro avviso), a “grazie”.

L’autore sin dal principio fa una precisazione e ci ricorda, in grassetto come prima battuta, che gli adulti sono sibillini, usano cioè codici, spesso criptati, da decifrare.

Tra adulti questo processo spesso conduce a un traffico di interrogativi capace di essere più indigesto delle code che si formano sulla Milano-Genova la domenica sera d’estate; tra adulti e bambini resta una pratica complessa, ma non dimentichiamoci che quest’ultimi sono i massimi esperti dell’alfabeto farfallino e, a meno che non ve lo siate dimenticati, è bene ricordare che allora, prima del tempo delle mele, anche voi eravate probabilmente abili codificatori e decodificatori di codici e questa resta una competenza preziosa da recuperare per rendere quanto più fluida e sincera la comunicazione generazionale.

Giro pagina dopo giro pagina entrano in scena alcune delle risposte e delle domande più comuni che gli adulti dicono ai bambini (con annessa la chiave di lettura) che D. Calì ha raccolto dopo averli ascoltati per diverso tempo. I pennarelli di N. Vola insistono sapientemente sull’ambiguità di certe espressioni e tracciano un mondo caricaturale, ma quanto mai calzante.

Sono pagine fitte di illustrazioni enfatiche, capaci di restituirci una realtà altrimenti difficile da comprendere, che accompagnano grandi e meno grandi a ritrovarsi, sorridere e riflettere sulle infinite perplessità che nascono dall’approfittarsi del millantato superpotere degli spinaci, dall’invocare Babbo Natale anche quando dicembre è lontano o dall’invitare a chiedere al proprio padre, quando la sua risposta: “Cosa ha detto la mamma?” può ormai vantare un’età geologica.

Parlando di giurassico, tra le tante frasi, appuntate da D. Calì,  c’è quella dall’inconfondibile preambolo: “Quando avevo la tua età…”; il pericolo sembra essere dietro l’angolo e spesso c’è, ma altre volte è solamente un onesto tentativo, sebbene romanzato dal tempo (e dall’assenza di testimoni), di raccontare un mondo diverso da quello che ci interroga oggi e che, probabilmente, è tra i principali indagati nel processo all’incomprensione.

In coda c’è anche uno spazio per il lettore che è invitato ad annotare tutte le altre frasi che scopre perpetuando così l’ormai avviato percorso di ricerca delle “non-risposte” o degli eterni alibi.

Spunti didattici
Le domande che a scuola abitualmente si fanno a bambini o ragazzi sono oggetto di riflessione e discussione di diversi autori[1] e richiedono, contrariamente a quanto si crede, una vera e propria progettazione.

Spesso noi insegnanti incappiamo in quelle che vengono definite “false domande” cioè meccanismi retorici che richiedono una semplice conferma di quanto affermato, anziché una risposta reale.

In questo scenario teorico, ben più complesso di quel che sembra, Chiedi a tuo padre… e altre frasi misteriose degli adulti, può rappresentare un invito ad una progressiva capacità di presa di coscienza, di controllo del linguaggio che utilizziamo e che dà forma ai pensieri, nel tentativo poi di sviluppare un’attitudine più consapevole e significativa nel processo di insegnamento-apprendimento.

Accanto a questa esperienza metacognitiva non scordiamoci però di quella più squisitamente estetica di sfogliare, osservare e parlarsi.

Lo consigliamo a… chi vorrebbe assaggiare tutti i gusti della gelateria sotto casa, a chi vorrebbe tatuarsi il nome della sua prima fidanzatina, a chi da adulto ha davvero fatto ciò che si era ripromesso al tempo degli omogeneizzati e a chi non conosce il farfallino.


[1] Cfr. Zuccoli F. (2015) “Una scuola fatta di domande” pp. 10-14, Scuola Italiana Moderna, n. 10, Giugno, Editrice La Scuola Brescia, Anno 122 – ISSN 0036-9888;
Balconi B. (2015) “Una scuola fatta di domande” pp. 15-19, n. 10, Giugno, Editrice La Scuola Brescia, Anno 122 – ISSN 0036-9888.

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Su Linda Geninazza

Linda Geninazza
Non vi dirò, almeno subito, cosa faccio, ma da dove arrivo; credo le radici contino più della chioma che a volte, almeno la mia, è dritta, a volte mista, a volte curva, mentre laggiù, agli inizi, poco cambia, tutto si irrobustisce. Cusino, non cercatelo su Google Maps perché non vedrete altro che un rosso segnaposto abbandonato nel più fitto verde, lì sono cresciuta e lì ci tornerò. Ora abito il grigio-perla di Milano, altra spina nel cuore, qui vivo e ci resterò. Dimezzata tra due terre non di mezzo, questa sono io.

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