La ricostruzione di 5 vite parallele

La ricostruzione di 5 vite parallele

2. Mefitica quotidianità



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C’è stato un tempo in cui si amavano con sua moglie. Non solo quando si sono incontrati, quando lui l’ha corteggiata e lei si è lasciata irretire, perché si sa che senza la volontà delle donne gli uomini non le conquisterebbero.
Anche il giorno del matrimonio è stato meraviglioso: in abiti eleganti si è sempre sentito un coglione, ma quel giorno per sentirsi a proprio agio bastava guardarla nella sua splendida lucentezza, nel suo essere l’unica donna che avrebbe voluto accanto a sé per la vita. E poi tutti gli amici attorno a fare festa, quelli che l’avevano sbeffeggiato in diretta per i suoi primi approcci impacciati, che l’avevano raccolto quando l’altra storia importante era finita a causa di un biondino insignificante, quelli che l’hanno rassicurato quando ha deciso di sposarsi. Pure i parenti sembravano più simpatici quel giorno, di solito erano pochi e insignificanti, quando non fastidiosi, quel giorno invece sorrideva loro con aperta convinzione. Neppure i genitori di lei parevano quei mostri che si erano rivelati fino a ieri, tutto sommato avrebbe potuto frequentarli senza troppe imprecazioni.

Ancora alla nascita e alla crescita dei figli si amavano. Sia quando nacque il primogenito sia quando arrivò la seconda, vera e propria peste. Le attese delle gravidanze, le incertezze del diventare genitori, i pannolini da cambiare, i primi passi incerti, i primi giorni di scuola, i primi grattacapi da adolescenti, l’orgoglio dell’iscrizione all’università, la scalata sociale della famiglia attraverso gli studi, donare loro le opportunità che i genitori non hanno mai avuto e farlo con il cuore pieno di gioia. Tutti questi passaggi sono stati accompagnati dall’amore di coppia, certo non al completo riparo da litigi e divergenze, ma le discussioni avevano sempre una certezza ad attenderle: il loro amore, trasformatosi anche un po’ in affetto e complicità, avrebbe permesso uno sbocco costruttivo.

Poi i figli hanno iniziato a fare le proprie esperienze, sono usciti di casa ed è rimasto da solo con sua moglie. E lì qualcosa si è rotto, il meccanismo si è inceppato e l’amore è sembrato uscire dalle finestre da cui è entrata un’aria pesante. All’inizio solo qualche segnale, poi la faccenda è peggiorata esponenzialmente: dal rimprovero su come masticava, come se non avesse sempre mangiato in quel modo, alle accuse sul carattere, per ad arrivare al fastidio della sola presenza. Fino al tacito rimprovero per quel braccio malandato a causa dell’attacco, invece di vicinanza nella malattia ha avuto freddezza per un caso su cui non poteva certo avere governo.

Poiché tutti gli amici hanno i loro impicci, egli esce di casa ogni tardo pomeriggio e si rifugia in quelle due o tre birrerie dove si sente ben accetto, dove i camerieri lo accolgono con più gentilezza. Così le birre, che un tempo beveva allegramente in compagnia o nervosamente davanti alle partite di calcio, ora sono l’unico balsamo in grado di donargli respiro. Ogni giorno beve e fuma al tavolino e ripete a se stesso, a volte a voce alta senza accorgersi, l’ultimo litigio avuto con la moglie, dicendo quello che ormai non ha più la forza di dirle in faccia per non vedere su quel volto, una volta amato, un ulteriore moto di disprezzo, un nuovo sussulto d’indifferenza, un’ennesima delusione nata dal rancore.

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Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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