Omicidio Willy Monteiro e la narrazione distorta dei giornali

Omicidio Willy Monteiro e la narrazione distorta dei giornali

La morte di un ragazzo avvenuta a Colleferro per mano di quattro bestie, ha nuovamente innescato l’ormai incancrenito meccanismo dell’informazione nostrana, che pretende di parlare alla sola pancia del lettore, anche a discapito di una narrazione corretta e equidistante

I fatti: Willy Monteiro Duarte, un ventenne italiano di origine capoverdiana è stato massacrato di botte da un manipolo di ragazzi in seguito a una rissa. Willy non è nemmeno riuscito ad arrivare in ospedale, tanto gravi erano le lesioni procurate dal pestaggio. I quattro (o cinque, ancora non si sa), guidati dai loro avvocati, stanno facendo scaricabarile, alleggerendo nelle dichiarazioni la loro posizione, nonostante vi siano testimoni e persino un filmato parziale della rissa catturato da una telecamera di servizio.

Attorno a questo episodio di cronaca, i giornali hanno ricamato una storia palesemente volta a polarizzare il sentimento comune, enfatizzando alcuni aspetti degli assalitori e della vittima.

Il primo, riguarda l’ombra del razzismo che sta dietro all’aggressione e si tratta di un aspetto ovviamente grave, che l’informazione ha cavalcato per il semplice fatto che la vittima è di origine capoverdiana e per via di qualche dichiarazione di gente vicina agli assalitori allo stato dei fatti non confermata. Il secondo, invece, ti tipo sociale prende in considerazione l’ipotetica appartenenza degli assalitori a famiglie “normali” e bene inserite, come se questa fosse una discriminante valida per dare un giudizio, e ha posto l’accento su Willy descrivendolo come un giovane bene integrato, implicitamente dando peso a una scala di valori che lascia il tempo che trova già in condizioni normali, figurarsi nel contesto di un omicidio (attualmente preterintenzionale). L’ultima, infine, punta la lente sullo sport praticato dagli assalitori, vale a dire le arti marziali miste (MMA), considerate nella narrazione generalista di questi giorni come una sorta di palese rinforzo al primo punto, come a dire: se sei razzista e violento non puoi che praticare uno sport da combattimento. 

A corredo dei pezzi di cronaca pura dunque, tutte le principali testate nazionali hanno battuto il ferro su questi aspetti della vicenda, arrivando persino a dare voce a chi propone di bandire le MMA in quanto ricettacolo di violenza e intolleranza. 

Il risultato è l’ennesimo autogol di un’informazione che ha definitivamente perso il senso di quella che dovrebbe essere la sua missione, ossia informare. Accettando, anzi, proponendo come chiave comunicativa il dilagare degli stereotipi, l’informazione non solo ha smesso di informare, ma quel che è peggio continua ad alimentare i comportamenti che hanno portato anche all’omicidio del povero Willy. Stereotipi che perdio sono l’unica vera chiave da cui partire per comprendere questo omicidio e altri 100.000 fatti di cronaca nera capitati in Italia negli ultimi anni.

Perché considerare anomalo un omicida solo perché proviene da una famiglia normale è semplicistico, vuol dire ignorare del tutto il tessuto sociale in cui questa persona è cresciuta. Giudicare inaccettabile la morte di uno straniero “integrato”, oltre che sbagliato è vergognoso, perché sussume che l’omicidio di uno straniero “non integrato” sia meno grave. Considerare uno sport pericoloso perché violento è da ignoranti, perché il combattimento è forse la disciplina che più di tutti insegna la differenza tra prevalere e prevaricare. 

Quello di cui i giornali non parlano (per convenienza economica e, vista la deriva attuale, anche politica) è il vero punto focale di tutto: è dagli stereotipi che nasce la cultura fascista da cui è generato questo omicidio. Perché è dal definire le persone e le situazioni inserendole in categorie predefinite che nascono l’intolleranza e la stupidità che hanno ucciso il povero Willy.

Su massimo miliani

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Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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