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Smith, la recensione dell’ultimo album dei The Winstons

Ogni tanto succede. Ogni tanto succede che qualcuno ci crede davvero nel sacro fuoco della musica. Volete dirla male? Ogni tanto succede che qualcuno “se la sente davvero tanto”.

E così, è grazie a chi ancora crede nella follia (nel senso di Erasmo Da Rotterdam) di produrre buona musica con talento e tecnica che abbiamo dischi che resteranno davvero importanti nel solco degli anni che passano.

Smith dei The Winstons (superband composta da Roberto Dell’Era, Enrico Gabrielli e Lino Gitto) è questo, un disco importante suonato, e ancora prima immaginato, con un obiettivo stilistico e sonoro davvero preciso.

I The Winstons ci avevano abituato bene con l’omonimo album di debutto, facendoci sognare con atmosfere british che andavano da Robert Wyatt fino ad abborracciare tutta la psichedelica degli anni sessanta di Canterbury.

Ma è col secondo lavoro che possiamo non solo apprezzare la coerenza di questa super band ma anche la precisione chirurgica con cui si dosano suoni, immagini e orizzonti.

Partiamo dall’immagine perché in questo caso è affascinante farlo. I tre fratelli Winstons si presentano vestiti di bianco e con capelli lunghi allisciati e acconciati, come se non fossero una band ma una setta concettuale che ci vuole riportare in un mondo che oggi ci appartiene poco. Onirico e sgargiante, coi colori bruciati delle macchine fotografiche a cellulosa che i più precisi obiettivi digitali cercano, malamente, di riprodurre.

Un mondo dove la visione, parola che tanto una volta compariva sia in politica che nella vita di tutti i giorni, era qualcosa a cui l’inanellarsi degli eventi si piegava e si inarcava. Come in un gioco di specchi tra Calderón de la Barca e Schopenhauer, i The Winstons ci dimostrano che avere delle visioni è apprezzabile non solo per la propria psicologia ma anche per il lavoro che si va a produrre.

12 brani per quarantuno minuti di musica tutti uniti da un filo rosso, anche quando i ritmi cambiano e da beatlesiani diventano più acidi e scomposti alla Soft Machine, sino ad arrivare alla rarefazione + scoppio quasi a citare i mai troppo elogiati Gong.

La tenuta dell’album è invidiabile e mentre passano le tracce si ha la sensazione di partecipare ad un vero e proprio rito etrusco, di cui noi siamo fortunati special guest. Sì, special guest, perché l’ascoltatore è coinvolto e trascinato in un’atmosfera di cui è anche costruttore. Se tu lo vuoi il disco Smith ti può portare lontano, sei pronto a salire?

E allora se sei pronto prendi il biglietto alla prima stazione Mokumokuren e salpate.

Ad accogliervi un tappeto sonoro dolce e stuzzicante che vi trasborderà subito verso la voce di Roberto Dell’era, che vi prenderà per mano fino a portarvi in campi di fragole beatlesiani nel secondo pezzo simbolicamente intitolato Ghost Town.

Siamo noi la città fantasma? Forse sì.

Si prosegue con la malinconica Around the Boat, per poi mischiare nuovamente le carte con la quarta traccia che ha due titoli Tamarine simile/Apple Pie.

Arriva la toccante meno allineata A man happier than you con il bel featuring di Mick Harvey.

Not dosh for parking lot, The blue traffic light sono un puro godimento per le orecchie, poi arrivano Blind e Impotence, tra le tracce più toccanti del disco, a calmare gli animi e portare un tocco di romanticismo nel già ben assortito banchetto winstoniano.

Soon everyday è un omaggio al mondo del jazz e della contaminazione pura.

Con gli accordi dispari di Sintagma il viaggio sembra concludersi, come nei grandi dischi la giornata è finita e si va a riflettere in un giaciglio sicuro, liberi dal pensiero di dover fare.

Inaspettata però arriva l’ultima traccia, Rockin Belt, cantata da Nic Cester e bell’esempio di commiato rock.

Un disco da gustarsi con concentrazione aspettando che arrivino i concerti di quella che si presenta come la band più in forma della scena italiana.

Smith, la recensione dell’ultimo album dei The Winstons ultima modifica: 2019-05-16T16:56:00+02:00 da Piggy the pig

Su Piggy the pig

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Nasce negli anni 80 con ancora l'eco delle chiamate londinesi. Quando ci arriva a Londra è scoppiato il Brit-pop, intanto le urla del grunge scendono sotto pelle. Ama il vino rosse e le birre rosse, ascolta musica per non piangere ma a volte gli fa l'effetto contrario.

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