New York – Diario di viaggio poco pratico (ma tanto sentito) – Le premesse

Diario di Viaggio New York – Come oramai i nostri più attenti e fedeli lettori sapranno (tre in tutto, quattro se si conta mia madre) io e Agafan la prima settimana di settembre siamo volati in Ammerica, più precisamente nella Grande Mela, con l’obiettivo dichiarato di goderci una settimana di tennis selvaggio e turismo consapevole. Della prima parte, per meriti sul campo acquisiti con 7 vittorie su 7 incontri disputati, se ne è occupato il mio compare (lo leggete cliccando QUI), della seconda, invece, pur senza nessun merito particolare se non per il fatto che ero lì, me ne occuperò io.

Premessa:

Mi sarebbe tanto piaciuto principiare questo sconclusionato diario di viaggio elencando con dovizia di particolari ogni singolo momento, dalla meticolosa scelta dell’itinerario, alla minuziosa preparazione della valigia, fino alle profonde motivazioni giornalistico-scientifiche che ci hanno spinto ad attraversare una grossa parte di mondo per raggiungere la Nuova Amsterdam. Mi piacerebbe, ho detto. Ma non posso. Non posso per un semplice motivo: nel nostro viaggio verso la Grande Mela non c’è stato nulla che si possa anche solo avvicinare all’ombra di un’organizzazione seria. Come ha raccontato bene Agafan QUI e QUI, infatti, l’itinerario è stato studiato in mezz’ora, esattamente tra una partita a PES e l’altra. Come base abbiamo riadattato in maniera più o meno balorda quello messo online da una giovine sgallettata italiana che, con ogni probabilità, ha raccontato New York con la stessa approssimazione che ci metto io quando faccio le pulizie di casa. Le valigie sono state organizzate col metodo classico del “7-7-7-2”, cioè mutande-calzini-magliette-pantaloni. Infine, per quanto riguarda le motivazioni, anche qui io e il mio compare non è che fossimo spinti da chissà quale impeto culturale: Io volevo solo assaggiare i mitici hot-dog americani e verificare (spannometricamente) se è vero che una gamba della Sharapova è lunga quanto me in piedi sulle punte (missione fallita dato che la bella Maria ha dato forfait il giorno prima dell’inizio degli US Open e in Ammerica manco ci è venuta), stesso discorso per il mio compare, che oltre a mettere alla prova il suo fegato, aveva come obiettivo quello di esperire se la Radwanska lo attrae più come tennista, come donna o come entità divina di origine superiore.

Fortunatamente per noi (e per voi tre che leggete), se EsteticaMente non è stata in grado di trovare dentro di sé un briciolo di profondità d’animo, la profondità d’animo è riuscita a trovare EsteticaMente, per di più colpendola con un bel cazzottone in faccia. E quello che aveva tutte le premesse per trasformarsi in un viaggio fallimentare nell’organizzazione e mortificante per la sua superficialità, ci ha riportato alle nostre vite milanesi con tante belle immagini e qualche consapevolezza (ma soprattutto domande) in più.

Steinbeck disse di New York che è una città brutta e sporca e che il suo clima è indecente. Disse pure che le sue strategie politiche farebbero paura a qualsiasi bambino, che il suo traffico è una follia e che la sua competitività è micidiale. Però disse anche che se si prova a vivere New York davvero, a farla propria, dopo nient’altro potrà reggerne il confronto. Noi non siamo così assolutisti, siamo italiani del resto, però, nei pochi giorni avuti a disposizione, le parole di Steinbeck ci sono sembrate parecchio azzeccate. Non tanto per le definizioni negative sulla città (peraltro tutte centrate), ma per la contraddizione costante (e affascinante) che si respira a ogni angolo di questa gigantesca metropoli. Può un mare di difetti trasformarsi in qualcosa di meraviglioso, seppur nella sua assurdità? Si può essere caldamente accoglienti con chi arriva e, allo stesso modo, freddamente spietati con chi, per un motivo o per l’altro, non riesce ad avere successo? Ci si può perdere guardando grattacieli sconfinati, potenze assolute e virili di metallo, vetro e cemento, stando seduti sulla panchina di un parchetto che pare il villaggio dei puffi? Si può nella città con più odori al mondo incrociare le ragazze con il profumo più fresco della terra? A quanto pare sì (ma forse in quest’ultimo caso il giudizio è condizionato dal protrarsi della mia forzata, quanto non voluta, castità).

Come avrete potuto capire, questo diario parte con delle premesse ridicole e non vuole in nessun modo essere una guida su New York, neanche da ubriaco fradicio potrei pensare di arrivare a tanto. Più che altro, si può definire un piccolo prontuario su cosa ci si può aspettare affrontando da novizi questa enorme città. Cercherò dunque di dividere il tutto per aree tematiche, toccando “accazzodicane” gli argomenti che ho ritenuto interessanti e che ho diligentemente appuntato sul taccuino regalatomi dalla mia amica Chiara (lo facevo la sera, mentre Agafan lottava da vero uomo con le blatte nel bagno comune della nostra bettola a Union Square). In cinque giorni (due li abbiamo dedicati al tennis) non è stato possibile vedere tutto, anzi, in pratica non abbiamo visto quasi niente, ma quel poco ve lo vogliamo raccontare. Prometto che mi sforzerò di non pontificare. Il diario avrà cadenza settimanale, per cui, a martedì prossimo!


Parte 1 – Le premesse (22/09)

Parte 2 – I luoghi che mi sono piaciuti #1 (29/09)

Parte 3 – I luoghi che mi sono piaciuti #2 (06/10)

Parte 4 – I luoghi che mi sono piaciuti #3 (13/10)

Parte 5 – I luoghi che Non mi sono piaciuti (20/10)

Parte 6 – Sensazioni sconclusionate (27/10)

Parte 7 – Link utili (03/11)

Su massimo miliani

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Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.