New York – Diario di viaggio poco pratico (ma tanto sentito) di una città da visitare – I luoghi che mi sono piaciuti #2

Guida (poco pratica) New York – seconda puntata del tour, la statua della Libertà, un’audioguida a stelle e strisce e la metropolitana, un luogo dove, se sopravvivi agli sbalzi di temperatura, puoi sperimentare davvero la democrazia. 

Miss Liberty (ma si può?) e Ellis Island

Qual è il simbolo più simbolo di New York e dell’America tutta? Ovviamente lei, la Statua della Libertà, o meglio, Miss Liberty, come la chiama l’audio guida che viene fornita una volta sbarcati a Liberty Island. Vorrei iniziare a parlare proprio dell’audio guida perché, dopo averci rimuginato a lungo ho deciso che lei, o meglio, la vocina registrata al suo interno, è uno degli esempi più incredibili dell’americanità che mai ho capito e mai capirò. I primi tre minuti, credetemi, sono da panico, l’ideale sarebbe stato viverli strafatti di crack: musica pomposa e toni di voce aulici per uno spot sull’America e la libertà che sbanda pericolosamente su quel filo sottile che divide il ridicolo dall’oltraggioso. È tutto un fiorire di trombe, marcette e discorsi su come gli States siano un luogo di libertà e uguaglianza unico al mondo, dove sei accolto blabla, dove la gente cerca rifugio perché qui si vive il sogno blabla, e poi bla e ancora bla. Io capisco tutto e, francamente, non sono tra quelli che considera per forza una roba da fascisti essere attaccati a una bandiera, però lei, l’audio guida intendo, era talmente forzata da risultare insieme comica e fastidiosa. Il massimo dello straniamento l’ho però raggiunto quando la vocina registrata ha svelato qual è il vezzeggiativo con cui viene chiamata la Statua e cioè per l’appunto Miss Liberty… Ora, Miss Liberty, come soprannome ha una sua dignità, per quanto mi sembri poco adeguato per un monumento alto 93 metri e che dovrebbe rappresentare la libertà e il sogno americano (è un po’ come se Martin Castrogiovanni, rugbista barbuto alto 190 cm per 120 kg, avesse come nome di battaglia “Winnie l’orsetto goloso”). La cosa che a dire il vero mi ha sconvolto è stato il modo in cui l’audio guida ci ha svelato il nomignolo, e cioè con il tono complice dell’amico che, davanti a una birra ti indica quale tra le ragazze al bancone del bar, è quella soprannominata per meriti sul campo “Regina Boccadoro”. Insomma, a causa dell’audio guida insinuante io Miss Liberty non riuscivo più a guardarla più con gli stessi occhi.  E mentre il sottoscritto si divideva basito tra la gigantessa e la vocina da maîtresse dentro alle cuffie, Agafan che invece è più irritabile, a ogni pausa si fermava interdetto e, guardando sconsolato lo skyline davanti a sé, esclamava: “Se ripete un’altra volta Miss Liberty mi butto a mare”. 

Fortunatamente per lui, dopo l’inizio shock le cose sono cambiate e, quando l’audioguida ha smesso di dire cazzate ed è entrata nel tecnico, è stato possibile davvero godersi la grandezza di questo monumento, la geniale creatività dell’ingegner Eiffel (la statua fu un regalo della Francia agli Usa) ma, soprattutto, l’importanza che quelle tonnellate di fogli di rame sottilissimo e inverdito hanno avuto per i cuori e per i sogni di quei milioni di migranti che rischiarono la traversata dal Vecchio Continente. Solo per questo, solo per questa importantissima valenza psicologica, la Statua della Libertà è qualcosa di unico.

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Dopo la procace Miss Liberty, la seconda tappa del tour tutto compreso -che alla modica cifra di 28 dollari ti permette di fare un’immersione in uno dei pochi brandelli di storia di “proprietà” di questo giovane continente- è Ellis Island, ossia il principale punto d’ingresso per i migranti che sbarcavano negli Stati Uniti. Ora, non credo sia questa la sede appropriata per lanciarsi in un parallelismo tra l’immigrazione del secolo scorso e quella attuale, tantomeno tra il valore civile delle pratiche in uso negli States 100 anni fa e quelle proposte oggi dall’intestino crasso di Salvini, però, almeno sommariamente, mi preme elencare alcune delle considerazioni fatte durante il giro (con audioguida, of course) nei locali di Ellis Island.

– Il 90% dei migranti veniva accolto su territorio americano senza particolari problemi, il restante 10% veniva fermato per cause di tipo squisitamente medico oppure legale. Questi due dati dovrebbero far capire una cosa: loro, 100 anni fa, in fatto di integrazione erano molto più avanti di noi. Di questi immigrati, tra il 1880 e il 1915 solo 4 milioni erano italiani, se ci pensate, un’enormità. 

– La fronda anti immigrazione fu violentissima anche qui. Una parte della popolazione era fortemente contraria alla politica immigratoria del Governo e lo era esattamente per lo stesso motivo per cui l’intestino crasso di Salvini vomita bile su barconi e barchette (“ci ciulano cibo e lavoro”). Eppure mai, neanche per un istante, i vertici governativi hanno ceduto di un passo chiudendosi al resto del mondo. Alla fine, su questo punto hanno avuto ragione loro.

– Lo sapevo già, ma provarlo sulla pelle è un’altra cosa: gli americani hanno dei problemi enormi con la questione dei nativi e lo si percepisce in ogni luogo deputato alla divulgazione. Nella sala del museo adibita alla storia del territorio prima della venuta dei coloni, un solo cartello, largo 15 cm x 15 cm, evidenzia un dato incontrovertibile e agghiacciante: in poco più di 100 anni, i coloni americani hanno compiuto quello che si può definire un genocidio in piena regola. Si stima, in tutto il continente, il numero di circa 100 milioni di nativi sterminati. Restando negli States, in soli 110 anni tutto il territorio venne quasi totalmente “ripulito” dai loro legittimi proprietari.  Non c’è senso di colpa in tutto ciò, semplicemente per loro farli sparire fu la risposta a una necessità ben precisa, ed è quello che da un lato affascina di questo popolo e allo stesso tempo spaventa: avevano bisogno di terre e se le sono prese, punto. Per noi tutto ciò ovviamente è incomprensibile. E se pensiamo che uno dei pochissimi atti d’accusa americano a questo genocidio è stato Balla Coi Lupi, non si capisce bene se si deve ridere o piangere. 

La Metropolitana

Allora, premetto che questa è una mia fissa e ha poco senso inserirla in un diario di viaggio però, credetemi, la metropolitana di New York, per quanto sia solo un “mezzo” (nel senso vero della parola) e non un “fine”, merita qualche strampalata considerazione. Parlando di dimensioni, che si sa, contano, la metro di NY copre qualcosa tipo 1.300 km di percorso ed è attiva 24 ore su 24. La città è praticamente servita interamente, eppure, nonostante la sua grandezza il suo incrocio di linee diventa familiare in un attimo, la regola è capire quale direzione prendere (quale quartiere oppure uptown e downtown se siete a Manhattan)  e l’unico punto a cui stare attenti è la distinzione tra treno locale e regionale. Uno è un praticamente un omnibus, l’altro è un filo più svelto e salta qualche stazione. Cosa fare per orientarsi? Semplice, basta scaricare una delle mille app disponibili, vi consiglio questa, e NY sarà nelle vostre mani. Andarci di notte? Nessun problema, per lo meno, noi non abbiamo avuto ansia alcuna, a parte il fatto che, passeggiare nei corridoi tipici delle stazioni tutti piastrellati di bianco, rievocava nella mia mente l’arrivo del licantropo di Un lupo mannaro americano a Londra, e poco importa se la metro del film di Landis era appunto quella londinese. Perché mi è piaciuta? Perché la metropolitana newyorkese è un crogiolo meraviglioso di razze e di profumi (alcuni pestilenziali).

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Ti siedi nei suoi vagoni che se ne fottono del tuo intestino offrendoti 10 gradi fissi sopra lo zero (sulle banchine invece la temperatura è equatoriale), e osservi New York muoversi, mescolarsi, vivere. Siamo italiani e la mescolanza di colori è qualcosa di ancora molto lontano da poter solo capire, però se si chiama a raccolta quel poco di ottimismo che la nostra misera vita ci ha lasciato, l’illusione di un mondo senza distinzioni di sorta, su questi vagoni sembra davvero possibile. E poi, potrà sembrare paradossale nella città più tecnologica e consumistica al mondo, ma qui, i cellulari non hanno ancora fagocitato del tutto il libro. E lo sappiamo tutti che una bella ragazza con un libro in mano, è capace di allietarti anche il più triste dei viaggi di ritorno. Se restate a NY almeno una settimana, vi consiglio vivamente di sottoscrivere la Metrocard da 30 dollari, un abbonamento settimanale che vi permette  viaggi illimitati per sette giorni. Considerando che la GrandeMela non è un paesucolo che si gira a piedi, fidatevi, la metropolitana diventerà la vostra migliore amica. Dove si fa? Noi l’abbiamo sottoscritta presso Jamaica Station, la fermata della metro dove arriva la navetta che parte dall’aeroporto (il JFK, nel nostro caso), ma si può sottoscrivere in ogni stazione. Costa 30 dollari ma sono ben spesi. I distributori automatici funzionano bene e accettano contante e carta di credito, non vi spaventate dalla fila, come da usanza americana, anche questa scorre in fretta.

Parte 1 – Le premesse (22/09)

Parte 2 – I luoghi che mi sono piaciuti #1 (29/09)

Parte 3 – I luoghi che mi sono piaciuti #2 (06/10)

Parte 4 – I luoghi che mi sono piaciuti #3 (13/10)

Parte 5 – I luoghi che Non mi sono piaciuti (20/10)

Parte 6 – Sensazioni sconclusionate (27/10)

Parte 7 – Link utili (03/11)

Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.