recensione di Kiwanuka, ultimo album di Michael Kiwanuka

Michael Kiwanuka, la meraviglia si fa voce

Di solito in questa rubrica si consigliano dischi, playlist, insomma roba da ascoltare a casa, ma stavolta vi chiediemo di alzarvi dalla potrona e uscire di casa. Sabato 7 dicembre, infatti, arriva a Milano mister Michael Kiwanuka, al Fabrique per la precisione. Ecco, non lasciatevelo scappare, perché questo signore vi farà completamente cambiare idea sull’attualità della musica.

Chi è Michael Kiwanuka? Di famiglia ugandese trapiantata a Londra, Michael Kiwanuka frequenta il mondo della musica sin da giovanissimo e in vari ruoli, non viene difficile del resto immaginare che il ragazzo sia stato immediatamente notato viste le qualità straordinarie non solo vocali, ma anche chitarristico e compositivo tout court.

Dal 2011 il ragazzo si mette in proprio e picchia due dischi, uno nel 2012 e uno nel 2016, rispettivamente Home Again e Love & Hate, due album già bellissimi, carichi di ascolti soul e funk, con un gusto decisamente retrò. Il riferimento? Vi direi Marvin Gaye.

Pochi giorni fa, invece, è uscito in Italia Kiwanuka, terzo lavoro in studio dell’artista omonimo, che rispetto ai precedenti lavori si differenzia di grand lunga per sonorità e composizione. Rispetto a quest’ultima tutto è da accreditare allo stesso Kiwanuka, che di certo non ha mai avuto problemi di esecuzione o ricerca, ma questa volta si sente la grande libertà espressiva. Toltosi ogni pelo dalla lingua e ogni voglia di piacere a tutti, l’ultimo lavoro di Kiwanuka è un album che arriva diretto allo stomaco e alle viscere, con la dolcezza di un bicchiere di rum delle calde coste africane. “All I want is to talk to you,” canta Michael Kiwanuka in Piano Joint e noi ce lo godiamo questo sua voglia di racconto, dalla prima all’ultima nota, comodi in poltrona e sabato con una birretta in mano al Fabrique.

Una piccola premessa parlando della registrazione del disco: caspita se si sente che è registrato a Londra. Gli spazi sono larghi, le sale vecchi, i sapori caldi e analogici. Un po’ come per Florence The Machine anche qui si sente tutta la bellezza degli strumenti analogici usati in un contesto digitale, se avete un bell’impianto stavolta ve lo godrete.

You Ain’t The problem è un’apertura di album che non si sentiva da anni, potente solare, piena, ricca ispirata. Meraviglia pura, davvero.

Rolling ha una chitarra da sbattere la testa contro il calorifero acceso, I’ve been dazen concede un po’ di respiro al pop, alla Terence Trent D’Arby diciamo. Piano joint, pezzo con una introduzione, penso rappresenti il bisogno di Kiwanuka di raccontare qualcosa di sé stesso e di farlo nel modo più sincero e quindi visionario che ci sia. La voce e il piano si inseguono e si confondo in un canto arcaico e solitario, sa di costiere fredde e grigie come quelle del New England. Another Human Being apre con un’arpa che lascia intendere quello che arriverà dopo, ovvero Living in Denial, pezzo spettacolare dai forti richiami anni settanta, tra la commedia erotica e il cine,a d’autore, pezzo splendido.

Nero non vi dico neanche com’è, una canzone che ha il coraggio di usare gli accordi di All Long the watchtower è perché ha qualcosa da dire. Chitarra, batteria, ancora prima della voce, sono semplicemente sconvolgenti.

Un momento di respiro dopo l’atmosfera densa di Hero e inizia il canto di Hard to Day goodbye. Final Days é un pezzo suggestivo e solitario, sicuramente si parla di Londra e correlati, qualche linea vocale non appare proprio originale ma gliela perdoniamo.

Interludio musicale e poi ancora Solid Ground, piano elettrico e voce sensuale quasi sussurrata, si aprono le acque, scendono le lacrime.

Light è una chiusura che la tocca proprio piano, coro, batteria, violini, percussioni, una roba da Giuseppe alla corte d’Egitto, pezzo che insieme saluta ed emoziona forte.

Album che rasenta la perfezione, Kiwanuka non può mancare nei vostri ascolti natalizi.

Su Piggy the pig

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Nasce negli anni 80 con ancora l'eco delle chiamate londinesi. Quando ci arriva a Londra è scoppiato il Brit-pop, intanto le urla del grunge scendono sotto pelle. Ama il vino rosse e le birre rosse, ascolta musica per non piangere ma a volte gli fa l'effetto contrario.

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