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Gioventù bruciata – Mahmood, la nostra recensione

La trap, giusto per delimitare il campo del discorso, è il genere musicale che ha sdoganato l’individualismo e il cinismo, unico valore a cambiare le regole del gioco i soldi, pass-partour che cambia l’ingaggio e trasforma i ruoli dei personaggi del videogame.

Se tutto questo è abbastanza chiaro e abbastanza semplice da definire, quello che invece spiazza è che un palco come quello di Sanremo sia stato invaso da trappisti più o meno credibili, ma soprattutto che abbia portato alla luce artisti che si muovono nel beat del talking rap ma che se ne distinguono per i contenuti. Vogliamo dirla bene? Hanno preso il mezzo e trasformato il messaggio, citanto il buon McLuhan.

Mi riferisco ad Achille Lauro, che tutto sommato ha presentato un pezzo anti-materialistico e ovviamente al protagonista del nostro pezzo Mahmood.

Se il primo ha presentato un pezzo vagamente nostalgico e malinconico sulla precarietà dell’esistenza, probabilmente scritta dopo una serata di bagordi con quella paranoia che sale dopo ore di eccessi, la seconda è una riflessione su come i soldi cambino i rapporti famigliari, soprattutto quando ce ne sono pochi.

Le polemiche di Salvini sul buon Mahmood sono giuste, lui ha capito che il signor “Soldi” non è un fenomeno leggero, non è solo un canzonettaro, questo ragazzo ha segnato un cambiamento di linguaggio e di metrica forse anche sociale. Naturalmente per chi pensa che la contaminazione sia  un elemento negativo nella società Mahmood è una sorta icona del male, ma nell’analizzare il disco questo artista dobbiamo prima di tutto fare dei distinguo artistici.

Primo Alessandro Mahmood è dotato di una capacità vocale al di sopra della media, con una contaminazione tra melodia araba e trame trap che davvero sorprende. Attenzione il modo di cantare i Mahmood non è frutto di una riflessione o di una scelta, ma è la naturale mescolanza di un ragazzo cresciuto con due patrie nel cuore e due vocalità nella gola. Oh poi ci sconvolgiamo per Mahmood, ma ricordiamoci che i più grandi compositori lirici italiani hanno mischiato da fine ottocento la melodia italiana con quella del Nord Africa. Vedere alla pagina Giuseppe Verdi, per esempio.

Per quanto riguarda i testi Mahmood, ma lo abbiamo già detto in tanti, ha avuto il grande merito di trasformare la parola soldi nella musica trap, dandole un altro significato e un altro peso. Insomma ha perfettamente capito che giocando con il senso il suono ne avrebbe giovato, in questo ovviamente il “ragazzo” ha avuto un grande intuito.

La terza caratteristica che salta all’occhio ascoltando Gioventù Bruciata è che Mahmood ha scritto un album che pensa al mercato discografico francese e inglese, bello e precisamente carico di novità e bellezza. Un mix perfetto di trap, urban pop, alternative pop e belle melodie.

Ascoltate oltre alle due canzoni presentate a Sanremo e Sanremo giovani, Soldi e Gioventù bruciata, le canzoni di questo album e capirete che Mahmood non è un prodotto da consumare in quindici giorni, non è un improvvisato. Gioventù bruciata è un album con collaborazioni importanti, Charlie Charles, Dario Faini, Ceri, Katoo, MUUT al beat, Fabri Fibra e Guè Pequeno a condividere il microfono e tante belle canzoni.

In Uramaki la solitudine dell’amore consumata tra un all you can eat e in Il Nilo nel Naviglio, l’infanzia tra Egitto e Milano, tra sogni di gloria e soldi per l’affitto, pezzi che ci fanno entrare in un grande album già al quarto pezzo. Poi abbiamo Anni 90 con Fabri Fibra, un bel racconto di infanzia con la giusta ironia e ancora il pezzo forse più bello dell’album, Asia Occidente, un amore consumato alla luce di grandi sconvolgimenti mondiali.

Un album destinato a rimanere e forse ad essere ricordato, per un artista che sarà di certo ricordato come il primo ad aver imposto alla maggiore passerella italiana un nuovo modo di contaminare e musica e parole che ci porterà, speriamo, molto lontano dalla brutta Italia di questi mesi.

Gioventù bruciata – Mahmood, la nostra recensione ultima modifica: 2019-03-01T14:42:47+01:00 da Piggy the pig

Su Piggy the pig

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Nasce negli anni 80 con ancora l'eco delle chiamate londinesi. Quando ci arriva a Londra è scoppiato il Brit-pop, intanto le urla del grunge scendono sotto pelle. Ama il vino rosse e le birre rosse, ascolta musica per non piangere ma a volte gli fa l'effetto contrario.

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