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Cat Power, la recensione di Wandered

Chi ama Cat Power sa che ogni suo disco è una specie di chiamata alla fine di un lungo viaggio, tutto bene, arrivati, c’era traffico ma tutto bene. Buonanotte. I dischi dei Cat Power sono distillati di dolore e lacrime misti a chilometri di vuoto e paura di perdersi. E Wandered non fa certo eccezione

Wandered, un disco uscito in sordina

Un’artista che capisci solo quando la vedi dal vivo, lì entri nel miracolo Cat Power. Tutto corrisponde: vita, parole, voce roca e la sensazione di disgrazia immanente. Pochi artisti nel bene, e per carità anche nel male, sono capaci di regalare performance così intense e catartiche da rimanerti dentro per molti tempo. Certo i detrattori, giustamente, dicono che visto che la Gatta fa pagare i biglietti dovrebbe essere un po’ più professionale e magari presentarsi un’anticchia lucida e non sempre sull’orlo del coma etilico. Tutto vero, certo. Ma io che ho sempre pagato i biglietti dei suoi concerti, quel quarto d’ora di lucidità poetica (a volte di più per carità) non lo scambierei con trenta concerti dei Foo Fighters. Trattasi di pareri, per carità.

Quello che rimane al netto di tutte le chiacchiere è un’artista con la pelle talmente fragile da far saltare qualunque schema e qualunque sistema, ma soprattutto un’artista che sa scrivere canzoni che tolgono il fiato.

Mentre che noi parliamo di lei, Cat Power ha girato il mondo e incontrato persone che anche questa volta -memorabile la collaborazione mai dichiarata con Eddie Vedder in Your free capolavoro del 2003- sono entrate a far parte dei crediti del disco. Su tutti va sicuramente citato Rob Schnapf, produttore del disco e già produttore di Ellioth Smith, eroe romantico e mago della composizione tragica.

E così siamo a parlare di Wanderer, decimo disco di una fortunata dinastia. Album che esce un po’ in sordina rispetto agli altri, almeno questa è l’impressione, ma che proprio per quello quando entra nel vostro lettore spacca il cuore come farebbe solo la spada di Hattori Hanzo.

Si parte con Wanderer che dà il titolo all’album, pezzo bello in puro stile Cat Power, poi arriva In your face ed è subito bellezza pura condensata in quattro minuti, con un ritmo leggermente sudamericano nell’incedere delle chitarre e un’atmosfera da after-sex in un notte buia e tempestosa.

Woman in duetto con Lana del Rey è un pezzo bello ed emozionante con un ritornello che riassume il meglio del folk anni ottanta. Splendido il giro di Wurlitzer. Horizon è aperta e  piena di respiri, Stay invece è un altro pezzo tipicamente Cat Power ed infatti trafigge al primo colpo.

Black e Robbin Wood sono accomunate da una chitarra latina e da linee vocali spezzate che sembrano volerti fare il check-in per un paese caldo. Chiave latina evidente in Me voy dove la voce di Chat Marschal è al servizio di uno splendido omaggio alla canzone messicana. Notting really matters è una canzone triste e sonnacchiosa che completa il quadro disegnato da questo disco. Chiude Wanderer che riprende il tema della prima titolerà track e che suona come la chiusa di una telefonata d’arrivo a casa.

Insomma, come vogliamo concludere questa recensione? Semplice, con l’annuncio che Cat Power nonostante tutto sta ancora bene, e la musica è salva ancora per un po’.

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Cat Power, la recensione di Wandered ultima modifica: 2018-10-09T14:29:00+00:00 da Piggy the pig

Su Piggy the pig

Nasce negli anni 80 con ancora l'eco delle chiamate londinesi. Quando ci arriva a Londra è scoppiato il Brit-pop, intanto le urla del grunge scendono sotto pelle. Ama il vino rosse e le birre rosse, ascolta musica per non piangere ma a volte gli fa l'effetto contrario.

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