Gattaccia maledetta!

Gattaccia maledetta! – Tony Ross

Gattaccia maledetta! di Tony Ross con una giusta dose d’ironia, ci accompagna a capire che ci sono ragioni anche laddove non sembrano essercene e ci racconta il compulsivo bisogno d’amore che accomuna ogni essere, anche animale.

Gattaccia maledetta! di Tony Ross

Gattaccia maledetta!

Capire un gatto è roba da intenditori, ma non basta avere un buon fiuto né aver superato l’esame di logica avanzata, serve solamente la tenacia di accettare quanto siamo capaci (se lo fossimo) di amarli.

A coloro che affermano di adorarli, senza mai averci convissuto anche solo una settimana, ma per un puro crogiolamento nel ricordo del peluche di quando erano bambini, mi dispiace dover dire che non c’è niente di più distante da un gatto dell’amore romantico.

Ben lo sa Tony Ross, illustratore e autore di Gattaccia maledetta!, edito in Italia, a novembre 2020, dalla casa editrice Camelozampa con la traduzione di Sara Saorin.

In copertina, imperiosa, nel suo mantello fumato, la portavoce internazionale di tutte le malefatte e arguzie feline: Gatta Susy Baggot o Gatta Susy o Gattaccia Maledetta.

Le denominazioni altro non sono che una delle espressioni del grado d’affezione al gatto domestico che ci siamo scelti o che ci è capitato (già a volte succede anche questo)[1] e il ripercorrerle ci aiuta a tracciare la storia di un, non sempre rilassato, innamoramento tra la gatta e la famiglia Baggot, nonno incluso, o meglio, colui a cui non piacevano i gatti, ma di cui i gatti andavano pazzi.

Gattaccia maledetta!

Già, avere un gatto chiama in causa non solo i legittimi proprietari, ma anche parenti, amici, vicini di casa (ringrazio i miei): niente più vestiti scuri (o chiari), niente più giacche appoggiate con noncuranza, niente più cene senza sentirsi osservati, niente più lunghe soste sulla porta d’ingresso per i saluti di routine, perché lui, il gatto, o lei, la gatta, vi riempiranno i pantaloni di pelo, vi colonizzeranno la giacca per farci il loro pisolino, vi fisseranno interrogativi, cercheranno di fuggire dai domiciliari non appena aprirete la porta per tornarvene a casa vostra. “Gattacci maledetti!”

T. Ross ne ripercorre con puntualità tutte le sfrenate abitudini; il farsi le unghie sul divano, il vomitare palle di pelo, il fare pipì nei posti più improbabili, il consegnare prede a domicilio, attraverso un armonico progetto artistico che vede alternarsi pagine abitate da scherzose tavole e testi scritti che danno forma alle intenzioni solo accennate da una matita dal tratto tagliente e ironico.

Finora abbiamo parlato di noi, ma loro? I nostri animali, rei presunti (a tratti convinti) dei disordini domestici, come si sentiranno?

Gattaccia maledetta!

Susy usa un’arma di protesta tipicamente bambina: smettere di mangiare la Sbobbagatt. Smettere di bere. Non aprire gli occhi. Stare stesa sul letto. Gli umani temono che qualcosa di terribile le stia succedendo.

Uno dei nudi blu, dipinti da H. Matisse, che sovrasta il letto su cui Susy vagabonda, catalizza nel lettore quella sensazione di vuoto attorno a un corpo che ha preso una drastica decisione al fine di far rendere conto qualcuno di qualcosa. Ma è il beffardo occhio socchiuso della tavola accanto, quando Susy è dalla veterinaria, a metterci un dubbio… è forse questo uno scherzo?

A casa, la malinconia per l’assenza della gatta, trattenuta in clinica, è tangibile, la paura della sua possibile morte preoccupa tutti, ma basta una doppia pagina, un trasportino vuoto a farci dimenticare tutte le malefatte, i peli, le rogne, le fusa alle quattro del mattino e farci spasmodicamente desiderare che tutto torni esattamente come prima. Esattamente come prima?

Far rendere conto di quanto la amassero, questo era il nobile intento della gatta, conseguito a suon di sotterfugi e confidato in una notte di luna a Charlie, il cane dei vicini che sgomento, stretto nel suo collare, non trova ragioni.

Ci sarà riuscita? Avrà così riscattato tutte le bagarres di tutti i felini del mondo e rivendicato il profondo bisogno di attenzioni e amore che quotidianamente inseguono?

Spunti didattici:

Un libro a figure da condividere con i più piccoli e con i meno piccoli perché, con una giusta dose d’ironia, ci accompagna a capire che ci sono ragioni anche laddove non sembrano essercene e ci racconta il compulsivo bisogno d’amore che accomuna ogni essere, anche animale. L’esplorare, soprattutto attraverso le difficoltà, il concetto di prendersi cura di qualcuno è la cifra educativa di un cammino verso l’altro e con l’altro e i bambini, in questo intricato percorso di accettazione, hanno sempre più bisogno di autorevoli e validi contributi e di stimoli non sempre dichiaratamente giusti: il conflitto è parte di un percorso di crescita consapevole. Gattaccia maledetta! è così anche l’espressione letteraria di una volontà educativa che va oltre l’immediata bontà per conseguire dopo un bene più profondo.

Lo consigliamo a… tutti quelli che devono ancora fare pace con l’irriverenza felina e usano l’alibi dell’allergia al pelo per non essere così costretti a prendere un gatto al proprio figlio, a chi crede che la storia del gatto che fa i dispetti sia una leggenda, a chi pensa che un gatto sia tanto indipendente da non meritarsi delle coccole quotidiane e a chi rivendica la superiorità canina.


[1] Cfr. Gatto Semola GRB o Gatto Semola o Gattaccio maledetto (il mio)! o ancora Gatto Camillo Benso conte di Orezzoli CT o Gatto Camillo Benso conte di Orezzoli o Gattaccio maledetto! o tutti i Gatti Cercapadrone.

Tony Ross – Gattaccia maledetta!Camelozampa
Traduzione: Sara Saorin

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Su Linda Geninazza

Linda Geninazza
Non vi dirò, almeno subito, cosa faccio, ma da dove arrivo; credo le radici contino più della chioma che a volte, almeno la mia, è dritta, a volte mista, a volte curva, mentre laggiù, agli inizi, poco cambia, tutto si irrobustisce. Cusino, non cercatelo su Google Maps perché non vedrete altro che un rosso segnaposto abbandonato nel più fitto verde, lì sono cresciuta e lì ci tornerò. Ora abito il grigio-perla di Milano, altra spina nel cuore, qui vivo e ci resterò. Dimezzata tra due terre non di mezzo, questa sono io.

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