Regali di Natale 2017 - 5 giochi in scatola vintage da riscoprire

Regali di Natale 2017 – 5 giochi in scatola vintage da riscoprire

Regali di Natale 2017? Proponiamo di prendere in considerazione alcuni giochi in scatola che andavano per la maggiore un tempo. Magari ci vanno ancora e semplicemente siamo noi ad aver smesso di giocarci, in questo caso ancora meglio, il regalo sembrerà meno nostalgico di quanto in realtà sia.

Giochi in scatola che mania

I cari vecchi giochi in scatola. Sarà stata la mancanza di console da gioco evolute come lo sono ora (sia ben chiaro che se avessi avuto la Playstation a quindici anni mi sarei fottuto il cervello, ben più di quanto non abbia comunque fatto), sarà stato il gusto di giocare in coppia o in gruppo, sarà stato che c’erano momenti da riempire, fatto sta che di partite a giochi in scatola ne ho giocate a bizzeffe. Citare solo cinque tra i molti che hanno allietato pomeriggi e serate è un delitto lo so (potete cliccare qui per una panoramica più completa), però la vita ci mette troppo spesso di fronte a delle scelte ed io, idiota più che mai, mi ci vado a mettere pure da solo. I cinque giochi selezionati sono quelli che più mi hanno visto impegnato in sfide serrate e reiterate. Allora tuffiamoci in questo fiume di ricordi che hanno dalla loro un grande vantaggio: possono essere riproposti e potranno esserlo all’infinito nella vita attuale, perché basta aprire la scatola e rimettersi in gioco.

5. Trivial Pursuit – Lo stato dell’ignoranza

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Ad essere sincero non ero mai entusiasta quando proponevano di giocarci, il timore di mettere a nudo la mia crassa ignoranza mi rendeva timoroso. Mi sono sempre nascosto dietro la scusa di non essere molto ferrato nel nozionismo, quello che la mia mente coglieva era il quadro più generale. Va da sé che le pecche andavano e vanno tutt’ora ricercate nell’ignoranza che desideravo tenere per me. A mia parziale discolpa posso sinceramente affermare che le mie doti mnemoniche si sono sempre rivelate ai minimi termini, a dire il vero pure sotto i minimi termini; non ricordo nessun periodo della mia vita baciato da una memoria, non dico di ferro, ma nemmeno lontanamente accettabile. Oggi molti mi dicono che manco di concentrazione, altri che soffro di memoria selettiva, cioè non mi ricordo di ciò di cui non mi frega una mazza, anche se quest’ultima ipotesi mi renderebbe un essere umano pessimo perché praticamente non mi fregherebbe quasi di nulla.
Quando si formavano le squadre, i miei compagni (quelli che con me ancora non avevano giocato) erano pure contenti di ritrovarsi al mio fianco. Ciò deriva dalla mia frequentazione del liceo classico, cosa che li spingeva a vedermi come esperto generico. Il massimo erano quelli bravi nelle materie scientifiche che sbandieravano una presunta complementarietà del duo formatosi. Credo sia il gioco in scatola in cui ho deluso il maggior numero di persone, figure barbine infinite e mai una volta che sia arrivato anche solo vicino alla vittoria, e sempre per colpa mia.

 

4. Forza 4 – Come il tris più del tris

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Apparentemente si tratta di un gioco semplice e, forse, per menti non semplici come la mia lo è veramente. Pure io, ogni volta che approcciavo una nuova partita, cercavo di convincermene. In fondo bisogna solo infilare sti gettoni colorati in uno spazio tutto sommato limitato e metterne quattro in fila. Ma non bisogna sottovalutare la regola del tris amplificato: se sei uno quattro al mondo che riesce ancora a perdere qualche partita a tris, a Forza 4 non puoi farcela. Ho il preciso ricordo di me che cerco di tenere sotto controllo tutte le variabili, di considerare le conseguenze delle mie mosse da ogni lato, concentrato e stizzito verso chi provava a mettermi fretta, con lo sguardo di chi ha un piano diabolico delineato in testa, con i gesti calmi di chi sa cosa sta facendo e cosa farà, con la sveltezza mentale dell’indovino che prevede le mosse dell’avversario. Puntualmente perdevo il filo, un particolare, una soluzione, insomma non riuscivo a tenere insieme la trama e venivo sconfitto. La delusione era ogni volta  e con la stessa intensità cocente, perché uscivo da una battaglia mentale e di nervi tesissima senza averci capito nulla, perché i miei piani d’azione si sgretolavano sotto le mie fragili mani, andavano a infrangersi contro il duro muro della realtà, si infilavano in un tunnel beffardo. O semplicemente ero il burattino del piano altrui, e non lo capivo mai prima della fine della partita.

 

3. Battaglia navale – Lo Schettino che c’è in te

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Devo dire che in questo gioco il fattore culo conta parecchio, infatti il mio curriculum non è così male. Il fatto curioso però è che i giocatori sono convinti di arrivare a vincere conoscendo la psiche dell’avversario. Nel momento in cui si centra una coordinata scatta subito la sindrome del pazzo criminale che conosce la mente del poliziotto e si è convinti di avere già vinto. Sia mai che si azzecchi anche il colpo successivo, il delirio di onnipotenza raggiunge picchi esasperati ed esasperanti per l’avversario che, preso dal panico, si convince che l’altro davvero gli legga nella mente. Naturalmente tutto questo balletto psicologico si esaurisce al primo errore che segue un colpo andato a segno, ma riprende a quello successivo come si ripartisse da zero.

 

2. Mastermind – Elucubrazioni spinte

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Qui devo dichiarare un’anomalia folle. La versione con cui giocavo io era quella più complicata, con forme e colori. Non ho mai spiccato per le mie doti logiche, non sono mai stato uno bravo a risolvere enigmi, non ho mai avuto pazienza per ragionamenti troppo complicati. Eppure in questo gioco è come se mi staccassi da me stesso, vanto una serie di vittorie sorprendente e un completamento nelle mosse stabilite del cento per cento. Non gioco a Mastermind da una vita e mezzo, quindi oggi come oggi potrei cadere in sconfitte ignominiose. Però all’ora era come se fosse la mia isola felice, in cui il ragazzo senza qualità trovava la propria rivincita. Come spiegare l’anomalia proprio non saprei, forse si trattava di un persistente paradosso spazio-temporale innescato da qualche viaggiatore del tempo tossicodipendente.

 

1. Monopoly – Bancarotta assicurata

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Come nella vita, anche nel gioco mi sono sempre dimostrato incapace di gestire le mie finanze. A memoria non ricordo di aver mai vinto una partita e dire che ne ho giocate un’infinità. Naturalmente mi sono sempre rifugiato nella sfortuna, che per altro ha il suo bel ruolo. La verità però è che sono debole nelle due caratteristiche che servono per vincere. La prima è la gestione dei soldi. Ricordando che nella vita reale c’è chi mi chiama mani bucate, potete immaginare il mio approccio arrembante nel gioco, praticamente come fossi un lupo di Wall Street ubriaco. La seconda è la capacità di contrattazione. Anche qui come nella realtà: contrattare con me è come farlo con un bambino, con la differenza che non intenerirei nemmeno mia madre. Infine dobbiamo aggiungere quella mania di grandeur che mi accompagna in ogni sfida. A me i terreni da poco non dicono nulla, quelli un po’ più avanti poco, quelli ancora più in là sono insipidi, io punto alla parte finale del tabellone. E ci punto così tanto da essere accecato, svolgo le trattative solo con l’obiettivo di accaparrarmi i terreni che, sì rendono meglio, ma su cui costa di più costruire e i giocatori passano meno perché sono solo due. Una vita nell’alta finanza spesa all’inseguimento di Viale dei Giardini e Parco delle Vittoria, come fossero il paradiso in terra degli speculatori edilizi senza scrupoli.

 

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Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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