RoadToStramilano #2-2 – La sofferenza di un cocciuto corre sull’asfalto

Correre richiede una forza mentale che non mi appartiene e che non potrò mai guadagnare sul campo alla mia veneranda età. Ho scoperto che per correre è necessario sopportare la fatica e saper soffrire e francamente non ho mai conosciuto ragioni valide per farlo e non intendo certo iniziare ora. Vado avanti di cocciutaggine, l’unica forza a tenere in piedi questa mia impresa.

Sofferenza e fatica, ecco due elementi fondamentali nella corsa, almeno questo mi pare di aver capito. Ed ecco due elementi che nella mia vita ho cercato di tenere a distanza con tutte le mie forze, al costo di fare fatica per tenere lontana la fatica.

Per quanto riguarda la fatica non ce la posso fare, io che da pigro laureato mi sono costruito un mondo senza fatica, ho incentrato la mia esistenza sul minimo sforzo. Se sono seduto sul divano e mi scappa da pisciare aspetto di dovere andare urgentemente in bagno, perché di alzarmi per una esigenza non impellente non mi passa per la testa. Avete presente quando il telecomando è lontano una alzata a sedere e questo sembra un ostacolo insormontabile? A volte anche cambiare posizione sul divano diventa un’impresa improba. E sto parlando di obiettivi a portata di vista e dal risultato immediato. Figuriamoci se spostiamo l’asticella al di là della soglia di casa. Il motivo per cui non mi sono mai preso la briga di fare movimento per dimagrire, e ne avrei bisogno, è sostanzialmente l’impossibilità di collegare la fatica ad un obiettivo che non sia vago e indefinito, oltre ad un interesse oltremodo minimo verso tutto ciò che si presenta come utile.
Non so se avete mai avuto modo di accorgervene, ma la corsa porta fatica, tanta fatica. Quando si avvicina l’orario prestabilito per la corsa già mi sento assalire da uno scoramento che sa di esistenziale e irrisolvibile. In realtà lo scoramento mi assale già nel giorno di riposo tra un allenamento e un altro, l’idea della fatica che dovrò affrontare mi guasta anche le giornate in cui non la devo affrontare. Mentre corro poi, la fatica mi assale fin dalla conclusione del primo chilometro, insieme ad una potente e intensa sensazione di stare facendo una cazzata, di essermi infilato in un tunnel in cui non esiste la luce in fondo perché non c’è uscita.

Per quanto riguarda la sofferenza non ce la posso fare. Mi sono reso conto che correre significa saper soffrire. Si tratta di una sfida mentale oltre che fisica, forse ancor prima che fisica. Bisogna avere la forza di non arrendersi alla sofferenza, di non cedere al desiderio di gettare la spugna, di mantenere la concentrazione necessaria per insistere, insomma di gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Proprio io! Non so se il senso del cristianesimo smarrito alle medie influisca, o conti di più quella  lontana partita a scopone scientifico in cui mi sono giocato dignità e amor proprio, fatto sta che non riconosco nella sofferenza nessun valore, nessuna forma di catarsi, nessun merito nel raggiungimento dell’obiettivo. No, considero la sofferenza solo come fattore negativo, non riesco a trovarvi nulla di eroico, nulla che nobiliti l’anima (che per altro mi sono giocato ad una scala quaranta dall’esito disastroso), nulla che odori di impresa. Ben inteso, parlo della mia vita,  sono pronto a riconoscere il valore della sofferenza nelle vite altrui, ma io sono un tipo tutto divano e tv, uno che non vuole arrivare da nessuna parte, che non si pone nessun obiettivo gratificante, che si accontenta di vivacchiare e con gran soddisfazione. Non voglio soffrire e non ho la tenuta mentale per farlo. Avreste dovuto vedermi venerdì scorso sotto la pioggia, troppo pigro per indossare il K-way legato in vita, fradicio di acqua e stupidità, incapace di comprendere perché mi trovassi in quella situazione, sofferente e senza l’occasione di incazzarmi con qualcun altro.
Quando sto correndo e la sofferenza si affaccia e quindi arriva quel momento in cui bisogna stringere i denti per andare avanti, l’unica intenzione che mi culla è quella di mollare. Per fortuna non corro da solo ma con un amico che invece sente il fuoco della sofferenza scorrergli nelle vene e allora io gli sto dietro, sempre a qualche metro di distanza.
Non ce la posso fare, mollerò, so che mollerò. Fino ad oggi a tenere in piedi questa farsa ci ha pensato la mia cocciutaggine, quell’origine doppiamente calabrese dei miei geni che mi hanno donato una capa tosta pressoché impossibile da piegare. A rincarare la dose non può essere un inesistente senso dell’impresa, piuttosto un gusto per le scommesse alimentato da sette anni di poca onorata carriera come sportellista in un centro scommesse.
Secondo me non ce la posso fare, mollerò, ma quando succederà potrò affermare che io stesso ho scommesso su questa eventualità.

Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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