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Stramilano 2017 10 km. Storia di una gara surreale

Stramilano 2017 10 km. Storia di una gara surreale

La corsa è terminata, quel che è fatto è fatto. La Stramilano 2017 mi ha visto protagonista, per quanto mi riguarda assoluto, e giungiamo così all’ultima puntata di questo diario #RoadToStramilano. Com’è andata? In parte meglio del previsto, in parte nell’unico modo in cui poteva andare: nel cesso.

La fine giustifica la gioia

È finita! Un urlo di liberazione mi sgorga dalla gola e una conferma mi giunge dalle viscere delle esperienze che la vita ci mette a disposizione ma da cui così poche volte impariamo, tanto increduli di fronte all’evidenza quotidiana quanto fedeli a divinità invisibili. Se la felicità esiste è un attimo fugace di speranza realizzata, ancor più vivido se preceduto dalla disperazione. Ecco, nel momento in cui ho tagliato il traguardo della Stramilano 2017 io sono stato felice, ho immediatamente realizzato che la tortura autoimposta era terminata, mi ero liberato dalle catene che mi sono applicato. Siccome l’uomo sa essere stupido e alcuni esemplari più di altri, non sono sicuro di non ricaderci, ma sono certo di non ricadere nello stesso identico errore, cioè i miei sbagli non riguarderanno la corsa, io non correrò più e le scarpe sono definitivamente appese al chiodo (non bruciate perché sono costate troppo). Insomma ho imparato dall’esperienza nella misura in cui può apprendere un babbuino addomesticato. Ma veniamo al racconto della gara.

Prima della gara

Siccome si prevedevano più di 40.000 partecipanti alla 10 km, io e il mio compare d’allenamento abbiamo pensato bene di presentarci con un anticipo tremendo in piazza Duomo, perché va bene tutto ma vanificare sette mesi di allenamenti con una falsa partenza in gara sarebbe stato insopportabile. Con una sobria sveglia alle 5 e 20 del mattino siamo arrivati al punto d’incontro verso le 7 e 20. Personalmente mi sono presentato con la sigaretta in bocca, esibendo un’inutile e inosservata superiorità rispetto a tutto il contesto. Devo dire che la mossa ha portato frutti notevoli, eravamo ben in terza fila, una posizione che migliore non si potrebbe.

La partenza

Avvenuta senza che quasi me ne accorgessi, sono stato puntualmente speronato e superato da una marea di persone, cercando di mantenere più che altro l’orientamento poiché per i primi trenta secondi non ho capito davvero una mazza. Dopo la prima curva, ancora in piazza Duomo, ho avuto la sorpresa di trovarmi in mezzo ai coglioni diversi elementi che camminavano bellamente. Le ipotesi sono due. La prima, improbabile per quanto verosimile, è che queste persone avessero un passo migliore del mio pur camminando e avessero rallentato poco dopo la partenza per sfizio. La seconda, probabile quanto inverosimile, è che in molti abbiano scavalcato le transenne e siano partiti più avanti subito dopo il via. A parte il giramento di palle di essere arrivato presto per stare davanti e poi ritrovarsi degli stronzi di traverso, ancor più irritante era il fatto che non si trattava nemmeno di fenomeni. Voglio dire, se sei uno che va molto forte e freghi alla partenza in quel modo non mi interessa più di tanto, non ti incontrerò mai perché sarai bello che passato quando arriverò io. Se invece sei uno che si vuole fare la passeggiata domenicale e adotti questi mezzucci da baro ti riveli pure una enorme testa di cazzo, perché, nella confusione dei primi metri dopo la partenza, crei solo enormi problemi e sei responsabile di molti paradisi giocati a causa delle bestemmie che volano più veloci delle gambe.

I primi cinque chilometri

Scartando a destra e a manca in modo compulso e delirante ho cominciato a prendere il mio passo. Peccato solo che non fosse il mio passo ma quello dell’atleta che non sarò mai. Per i primi cinque chilometri ho tenuto un passo medio più o meno di 5 e 30, con il secondo chilometro a 5 e 05, semplicemente folle per me. Gli elementi che hanno determinato questa pazzia sono stati essenzialmente due: da una parte l’enorme confusione dei primi due chilometri in cui raccapezzarsi era una chimera più che una possibilità, dall’altra il mio compare che ha preso a mulinare le gambe come se non ci fosse un domani ed io dietro di lui.

Dal quinto al settimo chilometro

Sono accaduti due eventi contemporanei. Mentre mi convincevo che dovevo assolutamente rallentare per rimanere vivo, il mio fisico mi ha letto nella mente ed è entrato in crisi. Le gambe non giravano più come prima, il fiato diventava corto, allucinazioni sonore aleggiavano nella mia testa, un caldo senso di svenimento abbracciava il mio corpo. Così il mio compare si è distanziato pur restando a portata di vista per stimolarmi, mentre io lottavo sia con un fisico che cedeva sia con un traguardo ancora troppo lontano per tenere duro con qualche speranza. Tutto questo però restando sorprendentemente ancora sotto i 6 minuti al chilometro, non di tanto ma sorprendentemente sotto. Di solito le mie crisi in allenamento  mi portavano verso i 6 minuti e 30 al chilometro, che fossi sotto qualche sgangherata forma di trance agonistica?

Gli ultimi tre chilometri

Quando mancavano tre chilometri ero ancora sofferente ma un po’ meno, quanto bastava a dirmi che stavo partecipando ad una fottuta gara e a tirare fuori lo spirito agonistico appreso da anni di sport visto in tv. Con l’intenzione di raggiungere il mio compare ho cominciato una lieve progressione, niente di che, giusto per testare la possibilità di agganciarlo, d’altronde era lì davanti a me, poco più in là.

La tragicommedia

Ed ecco concretizzarsi la tragicommedia che non poteva mancare all’atto finale di questa mia insensata esperienza. Mi ha preso un attacco di cagarella importante, del tipo riconoscibile come sciolta, con mal di pancia e liquidità titillante l’ano. Inutile dire che il mio compare ha preso il largo mentre io ho ceduto, pur mantenendomi incredibilmente sotto i 6 minuti al chilometro, di un pelo ma sotto. Il punto è che è stata una sofferenza tremenda, già dovevo far fronte alla fatica della corsa, in più dovevo stare davvero attento a non cagarmi addosso. Il sintomo andava a folate che si ripetevano a brevi intervalli, così stringevo le chiappe e correvo quando arrivava la turbolenza, le rilassavo nei brevi secondi di pausa e poi ritornavo a stringere. Nella mia mente sono balenate due ipotesi concrete: sgattaiolare in qualche bar per risolvere la questione, farmela addosso e continuare imperterrito verso il traguardo. Davvero, ho pensato di farmela addosso, credo fosse la mancanza assoluta di lucidità, dovuta alla corsa e al problema, a farmi formulare l’ipotesi mirabolante.

Arrivo

Per fortuna appena ho smesso di correre e iniziato a camminare la cagarella ha allentato la presa. Detto ciò ho chiuso in 56 minuti e 53 secondi, il mio miglior tempo. Lasciamo perdere qualsiasi considerazione sulla pochezza in assoluto della prestazione, è ovvio che io sia un animale da gara. Nelle simulazioni di gara il miglior risultato ottenuto recitava 59 minuti e 32 secondi, questo significa che in gara do il meglio di me, che sono temibile più di quanto dicano i dati, che ho superato i miei limiti e forse che non conosco limiti.

Conclusione

Per la cronaca la cagarella mi ha dato un po’ di tregua fino alla stazione dei treni di Cadorna, dove si è ripresentata con la forza di una tempesta. Non ho potuto fare a meno di usufruire dei bagni presenti in stazione e lì ho capito che il valore del denaro è davvero relativo. I cessi in cui si deve pagare per entrare mi sono sempre stati sulle balle, a Cadorna costa 50 centesimi appartarsi da occhi indiscreti per fare i propri bisogni. Ma domenica, nel momento in cui mi hanno chiesto i soldi per entrare, ho pensato che il prezzo di 50 centesimi era davvero nulla, avrei venduto il mio intero parentado di qualsiasi grado per ottenere l’accesso alla liberazione, se ce l’avessi ancora avrei venuto pure la mia anima. Al di là di questo sappiate che ancora non sono a posto le evacuazioni, rimangono tutt’ora di consistenza non sana e dolorose nell’annunciarsi in pancia.

foto by Kiki

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Stramilano 2017 10 km. Storia di una gara surreale ultima modifica: 2017-03-21T09:00:12+00:00 da agafan

Su agafan

agafan sta per fan di Aga, cioè di Agnieszka Radwańska, tennista polacca. Radwańska è stata una perdente di lusso a causa della mancanza cronica di potenza nei suoi colpi. Ma ha compensato con altre caratteristiche, ha aggirato l’ostacolo con la classe e la sagacia tennistica, fornendo uno spettacolo unico. Mi piacerebbe affermare che le caratteristiche di Aga sono le mie nella vita, o che sono quelle a cui mi ispiro. Purtroppo né l’una né l’altra (nemmeno sul campo da tennis), mi limito semplicemente ad ammirarle. Non basta?

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