DNA, la nostra recensione del nuovo disco di Ghali

Ghali è un artista che non si riesce a mettere in una categoria predefinita, a prescindere, con il terzo disco questa caratteristica sembra essere diventata una vera propria scelta artistica

Certo, per chi come il sottoscritto ha amato il primo lavoro di Ghali – Album, è difficile descrivere in poche parole la carriera di questo artista capace letteralmente di squarciare la scena musicale italiana, salvo poi alternare alti e bassi.

Resta il fatto comunque che dopo Album ci si è domandati: dove andrà ora Ghali? Era è una perla isolata  o c’è davvero un’artista importante dietro a quel prezioso lavoro?

La risposta è arrivata nei tempi e nelle modalità migliori. A tre anni di distanza infatti Ghali ha sfornato un album davvero importante, dove testo e musica giocano a rincorrersi verso una strada precisa che trasforma DNA in lavoro maturo che ci illumina sul futuro della musica.

Precisiamo che per chi non ha meno di ventisei anni in questo momento, la trap rimane un linguaggio abbastanza lontano dal proprio sentire, c’è poco da fare non è la musica con cui siamo stati educati, in questo senso è decisamente rivoluzionaria, di sicuro una rottura rispetto al mondo del rock e del pop ascoltati fino ad oggi.

Tornando al disco la scelta di produttori sempre diversi dà a DNA un suono eterogeneo ma che allo stesso si condensa attorno all’idea di un disco costruito proprio come una catena del codice genetico. Ogni pezzo detta una caratteristica, un particolare, un colore, ma l’idea principale rimane l’espressione del mondo di Ghali.

Se nel primo album spiccavano i tratti trap di Ghali ma già si sentivano influenze internazionali in questo album invece sono particolarmente accentuati i suoni afro e le atmosfere da bar di Los Angeles. Suoni che raccontano anche dell’ambizione di Ghali di non essere certo solo un artista nazionale, sa di essere per DNA (appunto) cosmopolita e quindi capace di conquistare fette di pubblico importanti anche all’estero.

Giù x terra apre il disco con un testo emozionante ed evocativo, un inno di pace ma anche di scazzo generazionale. Il sound è duro e compresso al massimo, musicalmente il pezzo più duro del disco. Boogieman vede la collaborazione vocale di Salmo che in effetti fa decollare il pezzo, dà forza. Una malinconia pervade tutta la traccia, tra nichilismo e qualche debito alla dance francese dello scorso decennio, scorre un pezzo immaginato sicuramente come uno dei migliori dell’album e in effetti alla fine risulta essere così.

DNA è prodotta da Michele Canova, collaboratore di Tiziano Ferro e di molti altri artisti importanti. Beh, diciamo che si sente il risultato, sicuramente la profondità del suono e il testo vagamente disperato (“il successo è come una droga”) fanno di DNA un pezzo da capogiro. Ideale da mettere a metà notte in discoteca.

Good Times è la mia preferita personalmente, sembra uscita da un disco degli anni ottanta americano. Pezzo fantastico. 

Per quanto riguarda il mercato estero di certo Jennifer è sicuramente la canzone perfetta per testo e musica, un po’ come 22:22 e Extasy.

Notevoli sul finale Combo e Fallito. Barcellona forse è il pezzo che rimane più sospeso e indeciso in mezzo ad un album notevole per carattere e profilo che ci consegna l’immagine di un artista maturo e per niente timido come qualcuno immaginava.

Su Piggy the pig

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Nasce negli anni 80 con ancora l'eco delle chiamate londinesi. Quando ci arriva a Londra è scoppiato il Brit-pop, intanto le urla del grunge scendono sotto pelle. Ama il vino rosse e le birre rosse, ascolta musica per non piangere ma a volte gli fa l'effetto contrario.

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