Bohemian Rhapsody il film che sa raccontare i Queen e Freddy Mercury

Bohemian Rhapsody, il film che sa raccontare i Queen e Freddy Mercury

Le intenzioni di Bohemian Rhapsody

Annunciato nel 2011 da Brian May, chitarrista e anima apollinea dei Queen, finalmente nel Maggio 2018 si sono visti i primi trailer di Bohemian Rhapsody, biopic sulla leggendaria band inglese e sul suo controverso leader Freddy Mercury.

Film difficile che ha attraversato diverse bufere tra cui quella iniziale con Sacha Baron Cohen, provocatore, attore e performer di cui ricordiamo l’irriverente Borat e alcune altre avventure cinematografiche con alcuni alti e molti bassi, che avrebbe dovuto interpretare Mercury.
All’inizio il divorzio tra Cohen e la band, ricordiamo che May e Taylor sono tra i produttori insieme a Robert De Niro, sembrava consensuale; poi un’intervista dello stesso attore inglese ha chiarito le profonde divergenze sulla sceneggiatura del film. Ad un Cohen interessato a scandagliare la vita sessuale e trasgressiva di Freddy Mercury, i restanti Queen hanno risposto con la voglia di raccontare un uomo fragile e ingenuo a cui il successo non ha tappato buchi esistenziali che arrivavano dall’infanzia.

Importante questo diverso modo di interpretare il film perché, una volta chiarito l’intento di Brian May e soci, tutto diventa leggibile in modo differente.

Non troverete in Bohemian Rhapsody le perversioni di Freddy Mercury, o almeno non le troverete così esasperate, ma troverete il racconto di un uomo solo e senza identità chiara, con talento e forza ma senza quella cattiveria artistica di cui i grandi artisti devono essere dotati per resistere nel mercato discografico. Ricordatevi sempre che quando parliamo di Queen in termini di numeri e successi stiamo parlando della confort zone di Beatles, Rolling Stone ed Elvis Presley e pochissimi altri, piaccia o non piaccia.

E qui vi spiego perché ho deciso di parlarne in questa rubrica dove di solito si recensiscono, o meglio, si ascoltano, dischi. 

Queen

Freddy Mercury e le anime dei Queen

Da non fan dei Queen, ho trovato Bohemian Rhapsody la spiegazione alla domanda che mi ero sempre fatto? Come fai a scrivere (appunto) Bohemian Rhapsody ed Invisibile Man? Come fai a scrivere Another One Bitest the Dust e Ride Bicycle?
Traduco: come fai a scrivere capolavori assoluti e canzoni che potrebbero essere imbarazzanti anche per Gigi D’Alessio? La risposta è tutta nella personalità della band, che nel film emerge chiaramente.

Freddy Mercury era un animale libero e fragile che svolazzava con leggerezza fra la musica classica e la poesia, fa l’amore e la solitudine, impegnato a giustificare di essere figlio di immigrati ed omosessuale in una band di belle teste ma di sicuro non di fuoriclasse assoluti. Sulla frase dei fuoriclasse assoluti sono pronto a difendermi in tribunale, ma su May ritorno, segnatevelo.
Una band che forse avrebbe conosciuto una bella stagione musicale ma non l’enorme successo che ha avuto grazie alle doti vocali e compositive di Mercury. 

In questo il film è molto onesto e Brian May, mente eccezionale del rock mondiale, è sincero nel raccontare la propria avventura come quella di un filosofo antico che accompagna, consiglia alla moderatezza, il grande pigmalione di origine indiane.

C’è una scena centrale in cui la band discute e decide una pausa artistica, peraltro siparietto totalmente inventato perché non c’è mai stata nella realtà questa separazione ufficiale, e Freddy Mercury accusa Deacon e Taylor che senza di lui loro sarebbero stati degli impiegati non delle rockstar.
Stride l’invettiva quando Freddy insulta May dicendo che lui sarebbe stato un “professore di Astrofisica”, minaccia che suona più come un’ombra che fa intravedere il fatto che tutti avessero un rispetto intellettuale per il chitarrista capellone dovuto ad una riconoscibile superiorità emotiva e culturale, in grado di tenere in piedi e dare credibilità ad una band, perdonatemi, che ha sempre dato l’idea di essere raffazzonata.

Freddy Mercury

Bohemian Rhapsody da abbracciare 

Quindi io abbraccio il film in pieno, con tutti i suoi difetti e la sua scrittura in punta di piedi in grado di piacere anche ad un pubblico meno abituato alla provocazione sessuale.

Altra questione non poco importante è il valore didattico di questo film. Se qualcosa Bohemian Rhapsody ti lascia è di sicuro la sensazione di cosa si provi a fare del rock’n’roll, nel sentire la propria voce, che sia strumento o ugola, sciogliersi nella magia di un incontro con altri musicisti.
Ha fatto più Bohemian Rhapsody per il rock che tanti professori che lottano per far ascoltare i Beatles ai loro studenti.

Bohemian Rhapsody, campione d’incassi in Italia per dire, ha riportato alla luce la carriera dei Queen tra canzoni irripetibili e perle nella storia della musica, grazie anche alla ripubblicazione di molti brani e alcuni inediti tratti dal Live Aid (concerto dei record che apre e chiude il film) contenuti nel disco omonimo.

Pregio del disco il seguire non fedelmente la soundtrack con alcune chicche e alcuni interventi migliorativi rispetto anche alle registrazioni originali, su tutte Don’t stop me now, Radio Ga Ga ripresa al Live Aid e ovviamente Bohemian Rhapsody, anch’essa tratta dal concerto di Wembley.
Una menzione particolare per Another one bites the dust, brano che nel film viene raccontato come la parte più pornografica della band e infatti a me ha fatto tornare la voglia di ascoltare quel brano con suo ingenuo mix di sensualità e perversione racchiuso in un giro di basso travolgente.

Chiudo coi complimenti a Rami Malek che ha interpretato straordinariamente Freddy Mercury in Bohemian Rhapsody, ma non per la somiglianza fisica, che c’è ma a me non è una cosa che interessa mai particolarmente. Malek ha avuto amore nella ricerca nei dettagli dell’anima di Freddy Mercury.
La fragilità e il bisogno di essere diverso è la cosa che l’attore losangelino, di origini egiziane, ha saputo rendere meglio di tutto nella sua interpretazione e, premettetemi di dirlo, non credo che la ricerca della provocazione di Cohen lo avrebbe saputo fare.

Su Piggy the pig

Nasce negli anni 80 con ancora l'eco delle chiamate londinesi. Quando ci arriva a Londra è scoppiato il Brit-pop, intanto le urla del grunge scendono sotto pelle. Ama il vino rosse e le birre rosse, ascolta musica per non piangere ma a volte gli fa l'effetto contrario.

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