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Marco Balzano

Intervista a Marco Balzano, autore di Resto qui

Marco Balzano, autore di Resto qui, ci ha concesso un’intervista che si è rivelata, giudicate voi per carità ma ne siamo sicuri, una vera perla. Tra il suo ultimo lavoro e il mestiere di scrivere, venite a conoscere un giovane autore di cui sentirete parlare ancora a lungo.

Leggi la nostra recensione di Resto qui (qui trovate altre recensioni)

Come è nata l’idea che ti ha portato a scrivere Resto Qui? Di solito le storie ce le si va a cercare. Per una volta è successa una cosa diversa: sono capitato per caso a Curon Venosta e l’immagine del campanile che galleggia sull’acqua mi sembrava già una storia. È un’immagine di grande potenza narrativa. Dovevo solo capire se sarei stato in grado di raccontarla.

Quante volte sei tornato a Curon? Tre. L’ultima volta ho incontrato i testimoni e li ho intervistati con l’aiuto di un maestro di scuola che mi traduceva dal loro dialetto. Non c’è niente di meglio per non cadere nei cliché che ascoltare le voci vive. Questo libro è nato anche grazie a quelle testimonianze. Scrivere, ne sono sempre più convinto, non è un mestiere di solitudine. Da soli arriviamo poco lontani, anche con la parola.

Chi hai conosciuto? Ricordo la signora Barbara, che si è voluta accertare che non fossi una spia fascista (!) e un altro anziano che mi ha raccontato una cosa che ho poi fatto dire a Erich, il marito della protagonista. Quel vecchio con gli occhi acquosi a un certo punto mi ha detto: “Certi giorni mi affaccio alla finestra e non vedo l’acqua, vedo ancora i campi e mio padre che mi costruiva la casa e vedo le mucche che si dissetano alla fontana”. Bisogna interiorizzare lo sguardo degli altri per poter scrivere una storia che resta.

Qual è il tuo rapporto con le fonti storiche? Come lavori sul materiale che hai raccolto mentre imbastisci un romanzo? Bisogna conoscere quanto più possibile e dunque studiare, intervistare, rompere le scatole a chiunque sia depositario del sapere che volgiamo raccontare. Poi, una volta che si sente di padroneggiare la materia, bisogna paradossalmente dimenticarsi di tutto e creare una voce e un’umanità: abbandonarsi a questo racconto di vita da cui emergerà la Storia. La letteratura si occupa di raccontare il punto di vista parziale, soggettivo, limitato, ma indiscutibilmente attendibile, di ogni individuo, soprattutto di quelli che non c’entrano col potere. Come diceva Sereni: “Quelle toppe d’inesistenza pronte a farsi movimento e luce. Non dubitare, parleranno”. Oltre a queste toppe, non c’è altro che mi interessi raccontare.

Tu hai iniziato dalla poesia e della saggistica letteraria, sbaglio nel dire che ad un certo punto hai virato il tuo lavoro? O almeno gli ultimi tuoi lavori. Pascoli aveva tre scrivanie: una per la poesia, una per la saggistica e una per la poesia latina. Io al momento non ho nemmeno una scrivania, ma il concetto è lo stesso. Sono percorsi diversi, ma nessuno esclude l’altro. La saggistica è in programma, la poesia è una visita a sorpresa e non la riesco a programmare, ma ho molte poesie nel cassetto. Certo, la narrativa è un vero e proprio mestiere e tende a occupare più spazio, ma non è l’unica frontiera. O meglio: mi piace pensare che l’unica cosa che conta è praticare la parola spinti da un’urgenza (espressiva, sociale, etica), poco importa l’esito di genere che avrà.

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Curon

Qual è la principale differenza fra scrivere un romanzo e scrivere poesie? La poesia ti sorprende. Tu diventi il tramite della parola, un medium. Il narratore, invece, è un mestiere di bottega, proprio come intendevano la parola gli uomini del Rinascimento quando parlavano di artista. Fare il poeta invece non è un mestiere, è un modo di vivere e di essere.

Trina ad un certo punto ammette che se non gliela avessero fatto odiare la lingua italiana non le sarebbe dispiaciuta. Quanto è importante una lingua del definire un’identità? L’identità è un concetto che non può prescindere dalla lingua, se non altro perché tutto accade nella parola. I luoghi di frontiera, se ci pensi, sono territori di per sé molto ricchi – per scambio, per culture che si incrociano e, appunto, per lingue che convivono -, sono la politica e l’economia che le trasformano in spazi di conflitto. Ricorrere all’etimologia (la frontiera è il luogo in cui si ha qualcuno di fronte, il confine è il luogo dove si finisce insieme) è fondamentale per salvarsi dall’alterazione e dall’abuso che i meccanismi del potere fanno delle parole.

Trina ha una  filosofia del dolore molto interessante, da dove è nata questa riflessione e come è entrata nel libro? Volevo una donna coraggiosa, che sapesse resistere e reagire di fronte ai dolori privati e generazionali. Una donna fragile e forte, due aggettivi che non ho mai considerato in opposizione. E poi, a mio avviso, c’è un grande bisogno di persone che sappiano restare. Tanto è legittimo andarsene, quanto è un valore saper restare e presidiare il proprio spazio, reale o metaforico che sia.

Mi è sembrato di cogliere nel tuo libro una critica al potere, al di là del colore e del suo manifestarsi, soprattutto per il suo restare lontano dalla gente? È proprio così. Volevo ricordare, a me stesso prima di tutto, che non tutto ciò che ci viene presentato come progresso è sempre progressivo. E quasi mai lo è per tutti. Concepisco il progresso come qualcosa che non può prescindere da una discussione democratica e da una valutazione attenta delle conseguenze economiche, culturali, psicologiche, ecc. Invece, come vediamo, è quasi sempre qualcosa che subiamo e che ci siamo troppo in fretta abituati ad accettare come qualcosa di ineluttabile. È qui il punto: la diga si fa anche perché troppa gente rinuncia al suo dovere di disobbedienza civile, al presidio del proprio luogo, al diritto di manifestare. Ogni volta che questo accade scivoliamo in quella zona grigia di cui parlava Primo Levi ne I sommersi e i salvati, quel lembo dove vittime e carnefici si toccano. Il rischio di demandare è alto. Sempre.

Come già nell’Ultimo arrivato anche in Resto qui molti temi con i dovuti adeguamenti suonano molto attuali, sbaglio? La letteratura non può che essere attuale. Anche quando racconta un tempo passato lo fa perché crede in un legame indissolubile col presente. Senza questo legame non ha senso raccontare, perché non esiste letteratura che non parli dell’oggi. Non si può prescindere da un aggancio col presente. Se non c’è questo resta l’archeologia oppure solo il puro intrattenimento, quello che ottunde il pensiero critico.

Un sogno da scrittore e uno da uomo? Mi piacerebbe che fossero una cosa sola. Ma se proprio devo scindere vorrei, come scrittore, continuare a scrivere ogni volta che ne sento l’urgenza. Come uomo invece vorrei che i miei figli, che ora sono ancora bambini, fossero due persone contente e oneste.

Ecco la biografia di Marco Balzano

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Intervista a Marco Balzano, autore di Resto qui ultima modifica: 2018-03-23T09:00:38+00:00 da Andrea Labanca

Su Andrea Labanca

Andrea Labanca cantautore, laureato in Filosofia e performer, ha scritto due album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" è stato disco della settimana dì Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" è stato ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Ora è in uscita il suo terzo album.

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