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Cristina D’avena non deve più badare ad un gatto grassissimo

Cristina D’avena e i Gem Boy al Live Music Club di Trezzo sull’Adda. Un rito che ha trovato la sua formula vincente e che continua a richiamare adepti sempre numerosi. Probabilmente questo fenomeno avrà la sua parabola discendente, o forse, a cinquant’anni, saremmo ancora lì a ballare e cantare sulle note di Pollon.

Sono qui a parlare di un’altra mia debolezza, non è la prima volta e, temo, non sarà l’ultima. Forse ho troppe debolezze, forse sono un esibizionista di debolezze, forse considero debolezze anche quelle che non lo sono, forse ho troppo poco da fare.
Tutto nasce durante un’assolata giornata di tanti anni fa, quanti non lo so, quando proposi a qualche amico di andare in una piazzetta milanese in cui si sarebbe esibita Crisitna D’Avena. L’esibizione tardava ad iniziare e fecero l’errore di posizionare nei paraggi un baracchino fornito di Super Tennent’s. Eravamo giovani e in piena forma, faceva un caldo fottuto, insomma il baracchino fece ottimi affari e quando l’esibizione iniziò eravamo leggermente alticci. Cristina cantò quattro canzoni su base registrata, davanti a lei un pubblico non vasto di madri con figli, un po’ più in là una quindicina di giovani avvinazzati convinti di essere allo stadio. Delle quattro canzoni, due erano sigle di cartoni animati recenti, due erano la sigla di Mila e Shiro e di Pollon. La sporca quindicina protestò durante le prime due, con Cristina che ci disse che lei era andata avanti, ma cantò a squarciagola sulle altre due, con una D’avena a metà tra la stupita e l’imbarazzata dall’avere uno spicchio di pubblico di Vasco Rossi. Finiti i quattro pezzi Cristina salutò, ma richiedemmo a  gran voce Creamy con un coro. Cristina disse che non c’era la base, ma noi insistemmo in maniera preoccupante, così la D’avena cantò a cappella il ritornello di Creamy seguita da quegli scalmanati fuori luogo. Il tutto finì con uno dei nostri che, facendosi fare l’autografo dalla D’Avena, mentì spudoratamente affermando che fosse il suo compleanno, portandosi così una foto autografata con gli auguri di compleanno: e poi quello strano sarei io.

Tempo dopo, mi trovavo a Parma per lavoro e venni a conoscenza del primo concerto del sodalizio di Cristina D’Avena con i Gem Boy previsto al Roxy Bar di Red Ronnie a Bologna. Vi trascinai il mio riluttante cugino e partecipammo all’inizio di quello che sarebbe diventata una follia più estesa: folla di persone, ragazzi abbevazzati che ballavano e cantavano senza sosta, insomma un vero e proprio concerto, solo che le canzoni erano quelle dei cartoni animati anni Ottanta. Una situazione che, vista da fuori, apparirebbe come un paradosso inspiegabile, ma da dentro come una festa inaspettata e sorprendentemente liberatoria.
Dopo quel primo seme allucinatorio sono stato (mai da solo) all’Estragon di Bologna, all’Alcatraz di Milano, due volte (tra cui questo sabato) al Live Music Club di Trezzo sull’Adda e una volta in piazza a Settimo di qualcosa. Dopo la tappa di Settimo dell’infantile delirio, sulla via del ritorno, intercettammo casualmente (lo giuro) Cristina D’Avena in un Autogrill: conservo ancora la foto di un me stesso dal look improbabile, capelli lunghi e baffi alla messicana, e una Cristina stranita e terrorizzata.

Perché andiamo a vedere concerti di Cristina D’Avena? Parlo al plurale poiché per entrare la gente fa la fila, i locali sono pieni, io stesso mi sono accompagnato sempre a non meno di una decina di persone, quindi posso credere che non sia una mia malattia personale.
Pare proprio che inseguiamo qualcosa che inseguiremo all’infinito senza mai raggiungere: l’infanzia e la prima gioventù. Davvero eravamo più felici allora? Qualcuno forse sì, qualcun altro no, ma non è questo il punto. Non credo che la questione sia rincorrere un periodo più o meno felice, ma un periodo che non torna più, in cui sicuramente avevamo meno preoccupazioni, ma soprattutto lontano da tutto ciò che ci circonda ora, un periodo staccato dal presente, irrimediabilmente perso e con la sua colonna sonora. Non stiamo qui a disquisire sull’innocenza di allora, anche perché a questi concerti in memoria di quel che siamo stati ci si arriva con le birre in mano. Io credo che sia l’irrimediabilità del non ritorno che ci spinge a rituffarci nei ricordi. Il tutto viene vissuto come un rito gioioso, ballando e cantando e se qualche lacrima fa capolino la si confonde tra il sudore. Trattasi poi di rito di massa imperfetto, perché, in base all’età, qualcuno canta le canzoni più vecchie qualcuno quelle più recenti. Tutti uniti e divisi, tutti insieme sulla stessa barca che veleggia verso lidi diversi con una stessa rotta, o verso uno stesso lido con rotte diverse, boh. Forse nulla di tutto questo ha senso e si tratta solo di manipoli di giovanastri che vogliono divertirsi senza pensieri, non inseguono niente e non rimpiangono nulla. Però lo fanno sulle note di Pollon, proprio normale non è. E se qualcuno ci accusasse di essere proprio dei bambini, beh lo prenderemo come un complimento, forse per un’ora e mezza abbiamo raggiunto l’obiettivo.

A condurre le danze lei, Cristina D’Avena. Una cinquantaduenne che, dopo i fasti di gioventù basati su personaggi dai capelli viola, gatti grassissimi e vecchi incazzosi, si ritrova inaspettatamente ancora sulla cresta dell’onda. E grazie agli stessi sciroccati elementi di allora che, se allora erano giustificati, oggi sono malinconicamente anacronistici per chi li guarda da fuori, ma spontaneamente irriducibili per altro verso. Cristina dà l’idea di divertirsi, una carriera non solo allungata, ma che ha preso una direzione nuova che giustamente cavalca. Stare su un palco di sera per un pubblico che può guidare l’auto dev’essere per lei una sensazione che sa di rivincita. O forse nemmeno, semplicemente un premio inaspettato. O, se le ritagliamo addosso capacità divinatorie, il ritorno di un pubblico che si è coltivata fin da quando era piccolo, attendendolo al varco della nostalgia.

Il concerto di sabato al Live Music Club di Trezzo sull’Adda ha visto il solito successo di pubblico, forse pure più dell’ultima volta in cui ci sono stato. Sarà l’effetto Sanremo? Non sono sicuro che la gente presente quella sera fosse amante del festival della canzone italiana, anche se con tutti quei tizi usciti dai talent che ormai si presentano non è detto. Cristina D’avena nella solita inscalfibile forma, i Gem Boy bravi nell’accompagnarla. Però mi sento di fare un appunto. Io capisco che i Gem Boy vogliano ritagliarsi un po’ di spazio, o farsi pubblicità, o far rifiatare una donna non di primo pelo, però credo che abbiano guadagnato troppo campo. Scenette troppo lunghe, interruzioni fastidiose di canzoni di cartoni animati, situazioni che smorzano l’atmosfera. Dovrebbero farsene una ragione: il pubblico è lì per sentire le canzoni dei cartoni animati. Anche l’alcolizzato dietro di me che ha continuato a gridare porcate per tutto il concerto.
E poi pure tu Cristina, non ti mettere a cantare canzoni come quella di Ken il Guerriero, così non fai rivivere nessun momento a nessuno e non ti vengono bene, sembri Vasco Rossi che canta i Radiohead. Ormai sei l’icona incontrastata della nostra infanzia (i Cavalieri del Re non si esibiscono), non ti devi inventare nulla, hai la strada spianata.

Cristina D’avena non deve più badare ad un gatto grassissimo ultima modifica: 2016-03-29T12:00:29+02:00 da agafan

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agafan sta per fan di Aga, cioè di Agnieszka Radwańska, tennista polacca. Radwańska è stata una perdente di lusso a causa della mancanza cronica di potenza nei suoi colpi. Ma ha compensato con altre caratteristiche, ha aggirato l’ostacolo con la classe e la sagacia tennistica, fornendo uno spettacolo unico. Mi piacerebbe affermare che le caratteristiche di Aga sono le mie nella vita, o che sono quelle a cui mi ispiro. Purtroppo né l’una né l’altra (nemmeno sul campo da tennis), mi limito semplicemente ad ammirarle. Non basta?

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