Whatsapp (ma vale anche per i social): diamoci un codice di comportamento

Prima di scrivere quello che voglio scrivere ci tengo a sottolineare che: adoro whatsapp; adoro l’attesa che il flag diventi doppio grigio e poi doppio blu; vedere “sta scrivendo” mi crea un senso di attesa bella e piena di speranze come la notte di Natale

Prima, infatti, sproloquiavo su Facebook ed ora invece, lo faccio qui: mi esibisco, cerco il pubblico, esterno pensieri. Tuttavia ho la presunzione di non partire da me per raccontarvi di me, io sono solo un artificio per arrivare all’argomento.

Non sono il racconto sono solo un espediente.

Detto ciò, ecco mi pare che con questa storia di whatsapp, come anche con Facebook, la gente abbia un po’ perso il senso della misura.

Sbraca insomma.

Ho l’impressione che le persone cerchino di buttarti addosso gli affari propri, ti tirino a forza dentro la propria vita.

Ma anche no, grazie.

Ne ho già abbastanza della mia di vita. Per esempio tutti possono creare un gruppo whatsapp ed infilartici senza chiedertelo, anche insieme a perfetti sconosciuti di cui visualizzi imbarazzanti nickname.

L’ultimo in cui sono finita era per un funerale.

Un funerale?!

Non contento l’amministratore del gruppo FUNERALE ha diffuso la notizia del decesso del povero congiunto anche su fb.

Ma fai una lista broadcast santissima pazienza.  Se proprio proprio devi. Se proprio non puoi fare una telefonata.

Io nel gruppo FUNERALE non ci voglio stare. E nemmeno voglio mettere un like su Facebook.

Sono uscita dal gruppo e non ho cliccato “mi piace” sentendomi pure vagamente stronza per questa incapacità di condividere il lutto. Non ce la potevo fare.

Altra condivisione forzata “che proprio non ce la posso fare” è quella della prole, ossia quelli che mettono le foto dei figli come immagine del profilo e le postano ogni santissimo giorno su fb.

I figli so piezzi ‘e core, d’accordo, ma il profilo whatsapp è tuo o del bambino?

Perché devi mostrare a tutti i tuoi contatti la faccia del pupo?  Al tuo capo, all’amministratore, all’assicuratore?

Perché non è che in rubrica una abbia solo gli amici. Nemmeno su fb ci sono solo gli amici.

I figli sono una faccenda privata: i miei miei, i tuoi tuoi.

Mi vien sempre da pensare che vengano piazzati lì non per amore – che non dubito ci sia – ma per vedersi scrivere di rimando: “bello/bella/amooooore/faccina con cuori”.

Una volta, negli anni 80, mamma ti portava a fare il provino per la pubblicità o quello all’Aldini o al Bariviera. Forse era meglio, ti scartavano e buona lì.

Ora i marmocchi te li ripropongono da ogni angolazione.

A prescindere dalla mia aridità sentimentale, non ritengo nemmeno prudente rendere accessibili ad estranei le foto dei nani. No, come non metto una mia foto in mutande non metto quella delle ragazzine: sia mai che finiscano nella personale bacheca di qualche spione elettronico.

Poi ci sono quelli “aspetta che ti invio 80 foto delle mie vacanze così ti intoppo la scheda memoria” o “guarda che persona felice che sono, che belle cose che faccio, che bei posti frequento: tieni che pubblico una trentina di foto del compleanno di nonna all’alcatraz in pose da diva”.

Basta una, una foto sola please.

Per le altre compratevi un album, quello con le pagine con la plastica di quando eravamo piccoli. Lo tenete nell’armadio della cameretta. Ok?

E ci sono pure quelli che ti invitano ad eventi a cui fisicamente non potrai mai partecipare perché stanno a mille miglia di distanza…

Concludendo, ci sono codici di autoregolamentazione, etici, comportamentali per ogni fesseria, non chiedo l’ufficialità ma forse dovremmo darcene uno privatissimo anche per i rapporti via web.

Un codice di etica social che ci sconsigli di franare nelle case altrui (il cellulare, il pc, il tablet sono delle mini finestre sul nostro privato, in effetti) a qualunque ora del giorno e della notte, che regoli la confidenza eccessiva (perché sul web siemo tutti amici ma nella vita no), che chiarisca il confine tra confidenza e sfacciataggine, tra opportuno ed inopportuno.

O almeno troviamo un sistema che mostri il volto di chi riceve le notifiche, così che si capisca quando si è sforato.

Su LaLaura

Laura meglio detta Lalaura. Donna di apparente cattivo umore, spettinata per principio, colleziono pensieri e calzini spaiati. Scrivo per automedicazione e funziona.

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