I miei 5 momenti di ridicola gloria sportiva

La maggior parte degli uomini ha coltivato, fin da piccolissimi, velleità di gloria sportiva. Poi, chi prima chi dopo, chi più chi meno, abbiamo dovuto fare i conti con la realtà, che di solito non regala grandissime soddisfazioni. I miei sogni si sono infranti presto, diciamo che non hanno fatto in tempo a decollare. Ma l’attività sportiva, per quanto sporadica come nel mio caso, non si è fermata del tutto, ed allora la gloria è data da quelle occasioni amatoriali in cui ci si può bullare per se stesso e qualche amico. Tra l’altro è giusto così, perché i gesti di cui vantarsi sono poca cosa in senso assoluto, ma abbastanza eroici da farci andare a letto con un sorriso ebete stampato sulle labbra, gongolandosi, durante i momenti precedenti il sonno, nelle immagini ripetute dell’impresa impresse nella mente.
Ecco i miei primi cinque momenti di ridicola gloria, che non hanno scritto nessuna storia:

5) In vacanza ai tempi delle superiori, puntata in Sila, ameno luogo di montagna calabrese. Parchetto con la solita rete da pallavolo e un canestro. Due ragazzi, un po’ più grandi, fanno due tiri a basket. Guardo mio cugino con aria decisa e lo spingo a sfidarli: alle mie spalle solo qualche match al parco Sempione di Milano, ho detto tutto. Fu una Caporetto, noi non eravamo davvero granché, ma quelli erano bravi, oppure mettiamola così: loro sapevano giocare e noi no. In piena disfatta, quando le tenebre sportive oramai attanagliavano il nostro morale, estraggo dal cilindro tre conclusioni consecutive vincenti dalla distanza. D’accordo fu un fuoco di paglia, ma quando la situazione è disperata ti devi aggrappare a tutto, ti devi ritagliare la soddisfazione tra le crepe dell’incubo. Il fatto che uno degli avversari giocasse con un dito steccato non deve distogliere l’attenzione dal mio coraggio.

4) Fino alle medie ho giocato a calcio nella squadra della mia cittadina. Nulla di eccezionale, ma in un paio di occasioni abbiamo effettuato ritiri precampionato. Durante il primo di questi, la sera, l’attività principale era sfidarsi al tavolo di ping pong: come da convenzione, chi vinceva restava in campo. Ben presto ci fu chiaro che tra noi c’era un giocatore di livello superiore, che vincendo una serie di partite consecutive si attirò le antipatie dell’intero gruppo. Ad ogni nuovo incontro tutti attendevano il redentore: e ad un certo punto egli giunse, non prima di aver perso in precedenza diversi incontri. Giocai con la spinta di un’intera squadra dalla mia, vinsi, fui portato letteralmente in trionfo. Come da copione persi quella successiva.

3) Le vittorie personali hanno mille risvolti e, a volte bisogna scovarle anche dove nessun altro lo farebbe. Ancora tempi delle superiori, un collega di mio padre mi chiamò a rapporto per un doppio di tennis contro il suocero e un suo amico della stessa età. Iniziammo classicamente con il riscaldamento, io ero di gran lunga il più giovane in campo e, fino a quel giorno, il più in forma. Durante il palleggio iniziale mi piegai su una palla e crack, rimasi bloccato con la schiena. Cazzo no! Non ci credevo, in campo con due vecchi ed ero io a non riuscire a muovermi. Buttai il cuore oltre l’ostacolo e portai a termine le due ore di gioco, senza dire niente a nessuno. La prestazione, naturalmente, fu catastrofica. In compenso tornai a casa e non fui nemmeno in grado di slacciarmi le scarpe. Pronto soccorso e trattamento medico per i due mesi successivi.

2) Vacanza calabrese di gioventù a Briatico, passata a cercare di fare breccia nel cuore, nelle mutande figuriamoci, delle amiche dei miei cugini. In spiaggia scattò la tipica partita a beach volley, un sei contro sei misto a maggioranza femminile. Livello infimo ma agonismo appena decente. Ad un certo punto una mia compagna di squadra alzò a campanile una palla sul secondo tocco, io, con i rimasugli di un’agilità che giuro fu mia, mi esibii in una rovesciata stilisticamente perfetta. Addirittura feci punto, per l’ovazione dei quattro uomini in campo. Quella vacanza finì con pesanti insuccessi amorosi e credo che, anche se non in modo decisivo, contribuirono i miei ulteriori e fallimentari altri sette tentativi di rovesciata. Gli insulti che subii in campo dalle ragazze erano il presagio degli altri fallimenti, ma impegnato nel mettermi maldestramente in mostra non lo capii.

1) Ancora Calabria, Chiaravalle Centrale, ai tempi universitari: mio cugino mi invitò a giocare a calcetto con i suoi amici contro un altro gruppo. Mi raccontò subito di una sfida molto sentita, dove sarebbero volati colpi bassi. La mia discesa in campo fu di un’arroganza assoluta: sigaretta prepartita davanti a tutti, mio cugino che mi presentò come uomo di ormai poca mobilità ma dal piede educato, maglia del Crotone fuori dai pantaloncini. Convinti dal mio parente delle mie qualità mi piazzarono in attacco, non mi chiedevano movimenti ma di metterla dentro. La mia prestazione fu ai limiti del ridicolo, nel senso che mancava poco perché raggiungesse almeno il ridicolo. Il pareggio ci portò ai rigori. Il mio turno arrivò su una situazione di pareggio, con mio cugino che mi implorò di non fare stronzate. Signori, proposi un sontuoso cucchiaio vincente, per l’ovazione di compagni e ragazzi che attendevano di entrare in campo per l’ora successiva. Perdemmo per colpa dell’errore dal dischetto di mio cugino, ma era il secondo giro.

Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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