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Estate 2018 – 5 libri di Stephen King da leggere sotto l’ombrellone

Di Stephen King si è detto tutto e il contrario di tutto. C’è chi lo considera uno dei più grandi scrittori di genere del nostro tempo e chi, invece, lo ha bollato come una banale, seppur proficua, macchina da incassi (senza contare che molti dei suoi film sono diventati dei blockbuster da videocassetta, come Shining o il Miglio Verde, imprimendosi a forza nell’immaginario di milioni e milioni di persone). Tra quelli che più gli si scagliarono contro ci fu Harold Bloom, critico letterario di grande successo, che definì tutta la produzione di King spazzatura, arrivando persino a scrivere una serie di saggi su come il povero Stephen fosse non solo un insulto alla letteratura, ma l’incarnazione stessa del fallimento del sistema scolastico americano. Tra le critiche mosse a King ci fu quella di avere uno stile basato sui dogmi della sceneggiatura pura, per cui quanto di più lontano può esserci dalla cosiddetta fiction. Ora, io da ragazzino ho letto una marea di libri di Stephen King, poi per un motivo o per l’altro, l’ho abbandonato, ma di certo non mi sono mai sentito di rinnegarlo.

Dovessi giudicarlo adesso, probabilmente non mi sentirei in grado di paragonarlo ad autori del calibro di, che ne so, Kafka (la sua Metamorforsi è decisamente più terorrizzante di qualsiasi incubo partorito dalla mente di King) però, per quel che mi riguarda resta un grandissimo autore.

Per me Stephen King è dotato di quella che mi piace definire “passepartout” per la mente umana.

Per spiegare questa cosa, tirerò fuori un parallelismo musical-gastronomico di livello decisamente infimo: Vasco Rossi e Francesco De Gregori, abbinati a barbaresco e barbera (sì, lo so, è un’assurdità. Ma cercate di capire, fa caldo). Credo sia fuori discussione che la poetica di De Gregori sia qualcosa di realmente sublime, un distillato di poesia e stile in grado di accarezzare i palati più fini, come può fare un barbaresco d’annata. Esattamente come un bicchiere di quel vino, una canzone di De Gregori è qualcosa che si ascolta in quel dato momento, ma è solo dopo che tutta la sua potenza, la sua varietà, ogni sua sfumatura entra in circolo e si sedimenta nell’anima. E probabilmente, tutte quelle sfumature non sono per tutti. Una canzone di Vasco Rossi, invece, è quello che si può definire un capolavoro main stream in grado di toccare le corde più o meno di tutti (anche di chi nega), come una barbera, un vino che sa raggiungere vette infinite, ma decisamente più semplice del barabaresco.

Ecco, se vogliamo ascrivere King in una di queste categorie, mi viene da metterlo nella seconda. E se Vasco Rossi ha il passepartout per scovare nel profondo della nostra anima quella piccola porzione di normalità che tutti noi possediamo (banalità, preferite?) e ne fa risuonare le corde, Stephen King possiede la chiave per far riemergere alcuni aspetti della nostra infanzia, quelli dove si genera e si sviluppa la nostra propensione all’irrazionale.

Nessuno come lui sa toccare quelle paure o quelle inquietudini che la maturità e la vita hanno sepolto sotto montagne di razionalità. La sua scrittura apre nella mente di chi legge una via che conosciamo bene ma che non siamo più abituati a percorrere. Se ci si pensa è un po’ la stessa cosa che succede al nostro rapporto con i giocattoli, un giorno rappresentano la chiave d’accesso a un mondo infinito e il giorno dopo si trasformano in nient’altro che pezzi di plastica.

A tal proposito vi lascio la trascrizione di una bella intervista (il video è sotto) che King lasciò qualche tempo fa e che parla appunto di come la sua personale creatività sia strettamente collegata alla sua concezione dell’infanzia:

Stephen King:Stavo facendo una camminata un giorno, e mi capitò di notare una ragazzina all’angolo della mia strada – doveva avere all’incirca cinque anni. Stava seduta tra la polvere sul ciglio della strada, parlando da sola o a qualche amico invisibile, e disegnando con un bastoncino nella polvere. E io pensai, beh, se io facessi la stessa cosa, la gente direbbe oddio, c’è un tizio adulto seduto in mezzo alla polvere, che parla da solo o a qualcuno di inesistente e disegna con un bastoncino. Il che, a pensarci bene, in effetti è vicino in realtà a quel che faccio per lavoro, quello che sono pagato per fare.

Dunque, ci sono due cose che ho scoperto, e che mi interessano a proposito dell’infanzia. La prima è che si tratta di un mondo segreto che esiste con delle sue regole e una sua cultura. La seconda è che noi finiamo per dimenticare cosa significa essere bambini e ci dimentichiamo com’è la vita nell’infanzia, una vita in un certo modo esotica e strana – e quello è ciò che mi interessa.”

Intervistatore: “Avevi un senso molto sviluppato da bambino di cosa fosse il male, eri ossessionato dalla natura del male?”

Stephen King: “Sono sempre interessato a questo tipo di domanda in sé più che in qualsiasi risposta. Perché la gente mi chiede della mia infanzia? Sì, faccio questo di lavoro [scrivere romanzi horror], ma non ricordo di aver avuto un’infanzia particolare. Mi sembra che il focus di questa domanda sia: qualcosa di terribile dev’esserti successo da bambino, Steve, altrimenti non scriveresti la roba tremenda che scrivi! Ma credo che questa domandavenga da un equivoco di base sul motivo per cui ricordiamo così poco della nostra infanzia. Un sacco di gente pensa che blocchiamo le nostre memorie più traumatiche, mentre io credo che la vera questione sia un’altra: da bambini pensiamo in modo diverso, tendiamo a pensare smussando gli angoli anziché per linee rette. A volte per un bambino il percorso più breve tra due punti non è una linea retta, che è la stessa maniera in cui pensiamo quando sogniamo. Da bambini tendiamo a vivere in una specie di stato di sogno che abbiamo dimenticato. E siccome per me questo stato di sogno è una sorta di stato mentale elevato, mi viene facile incrociare infanzia e strani poteri, poteri paranormali eccetera, e si è rivelato uno strumento di successo per scrivere narrativa.”

Intervistatore: “Quali sono le tue sensazioni sull’origine della paura?”

Stephen King: “Credo che molta di quella che consideriamo narrativa horror, o narrativa macabra, viene dal nostro senso di ciò che ci aspetta. Invecchiando, diventiamo consapevoli del fatto che moriremo, e molti di noi moriranno in modi poco piacevoli. Per la maggior parte di noi questo è ciò che è là, ciò che ci aspetta, e lo capiamo a livello intellettuale – ma non credo che a livello emotivo o spirituale veniamo davvero a patti con tale idea. A livello mentale è un’idea che afferriamo, ma non a livello emotivo.

Quando abbiamo a che fare con storie soprannaturali, qualunque sia l’elemento soprannaturale, la nostra mente in un certo modo si sdoppia, e la storia inizia a parlarci su due piani. Sul piano intellettuale, capisci che si tratta di fantasia. Ma il subconscio afferra la storia in maniera simbolica, che ci piaccia o no. Non che io sia molto bravo a parlare di simbolismo letterale delle storie, ma si tratta di cose che si sostituiscono ad altre cose proprio come, in un sogno, se stai sognando di guidare una macchina che va fuori controllo, in realtà stai sognando di qualcos’altro che ha a che fare con la tua vita da sveglio. C’è una forma di censura che cambia la cosa giusto per renderla accettabile alla parte frontale del cervello. Allo stesso modo, in molte storie sovrannaturali, abbiamo a che fare con paure che esistono su un piano molto pratico. E a metà fra quei due piani, fra il grido della fantasia e il sussurro sottostante del subconscio che dice «sì, ma se cambiassero giusto un paio di cose questa situazione potrebbe succedere davvero» – ecco, è là che storia funziona.

Quando abbiamo a che fare con il Grand Guignol, le cose che ci spaventano davvero sono quelle che avvengono appena fuori dal campo visivo.”

 

Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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