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Come non sopraffare l’altro

Non diamo per scontata la nostra presenza, perché se è inevitabile e indipendente da noi, la modalità con cui attuiamo l’inevitabile imposizione può e dovrebbe essere modulata.

Stare al mondo non ha la stessa valenza per tutti. Affermazione abbastanza scontata, anche se gli assolutisti non mancheranno mai, naturalmente anelanti l’unico e vero assolutismo accettabile: il proprio.

Non ha la stessa valenza per diversi motivi, ma qui vorrei concentrarmi sulla valenza diversa che ha rispetto al resto delle persone. Non per tutti avere rapporti, nel senso lato del condividere gli spazi, con altre persone ha il medesimo impatto. Uno può anche rintanarsi come un orso mannaro, ma questa è già una reazione al resto della popolazione.

Il punto è che la presenza dell’altro non è banale, darsi per scontato nel nostro vagare per il mondo è superficiale: il nostro impatto sull’altro non è prevedibile. Si può sempre generalizzare, anzi si deve, perché altrimenti non sarebbe possibile la convivenza: se ordiniamo un caffè al bar tendiamo ad aspettarci che il barista non ci tiri un pugno. Però dovremmo conservarci un margine in cui la nostra presenza non sia un dato di fatto imprescindibile.

Se vi dicessi che conosco qualcuno per cui anche solo ordinare un caffè al bar non è per nulla banale? Nel senso che avere a che fare con le altre persone è sempre una sfida, nessun contatto umano lontano dalla propria cerchia ha l’immediatezza per essere vissuto con serenità; a volte anche quelli all’interno della cerchia. Chiaramente le sfide si sono ridimensionate con il tempo, a furia di ordinarlo il caffè al bar non risulta più un’impresa; ma la normalizzazione non è mai arrivata fino in fondo, una resistenza profonda permane senza scampo.

Vi sembrerebbe così strano? E dire che questo è solo un esempio, non potete sapere quale percezione uno sconosciuto ha di voi. Non lo sapete davvero nemmeno dei vostri amici e parenti, non lo sapete di voi stessi. Quindi che facciamo, giriamo per strada tutti con il timore di tutti o di ferire tutti? Certo che no, se girassimo pensando in quanti e quali modi potremmo ferire gli altri, diventerebbe un incubo di sgangherate dimensioni. Semplicemente possiamo provare a non dare per scontata la nostra presenza, concedere un’attenzione in più invece di una in meno. Tutto sommato non costa gran che, mica dobbiamo salvare il mondo, basta tentare di renderlo un minimo più vivibile. Non è necessario far pagare la nostra dozzinale autoaffermazione agli altri, perché se la nostra presenza è inevitabile e indipendente da noi, la modalità con cui attuiamo l’inevitabile imposizione può e dovrebbe essere modulata.

Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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