Salvini Coronavirus e vendette di quartiere

Salvini, Coronavirus e vendette di quartiere

Le parole di Salvini dimostrano una volta di più, come se ce ne fosse bisogno, che l’esperienza non insegna, piuttosto incarognisce. Trovarsi dall’altra parte non chiama empatia, ma vendetta.

In questi tempi di Coronavirus si imparano molte cose, o meglio, si confermano molte cose che già sappiamo. La conferma però non è sempre apatica, pacifica, spesso una conferma è incisiva quanto una nuova scoperta.

Tra le tante conferme penso alle parole di Salvini:

“Altri Paesi non ci vogliono, non vogliono lavoratori italiani e i nostri prodotti? Ce ne ricorderemo quando torneremo al governo”.

Ogni volta che parlo di Salvini, il mio pensiero va alle persone che lo seguono. Il motivo è che Salvini rincorre i voti e quindi le sue affermazioni sono di certo guidate anche, magari non solo, da convenienze. Mentre le persone che credono nel suo Verbo, che la pensano come lui, non lo dichiarano per tattica, ci credono davvero.

Persone che la pensano così sono la dimostrazione che l’esperienza non insegna, che l’empatia non scaturisce dalle situazioni che rigirano la frittata. Questo fatto dell’esperienza che insegna è una bugia, uno di quei luoghi comuni che mentono a scopo di consolazione.

L’esperienza può insegnare qualcosa su questioni pratiche, non incide su fattori umani più grandi. Al massimo l’esperienza incarognisce, impaurisce, rende prudenti, ma questo non è insegnare, è segnare.

Infatti, la reazione di chi non è in grado di empatizzare con altri esseri umani, quando la situazione si capovolge, è la vendetta, non la comprensione. Nelle parole di Salvini si possono appuntare almeno tre falle (che è una media bassa considerato il personaggio).

La paura degli italiani da parte di altri Paesi, in questo caso, è stata dettata da un’emergenza sanitaria, non da una presa di posizione razzista o conservatrice.

Questo ricorso all’italianità, al nazionalismo, è un morto che cammina, come quelli colpiti da Ken il guerriero: morti senza ancora saperlo.

Infine, essere improvvisamente dall’altra parte, in situazione infinitamente più comoda per altro, non comporta una revisione delle proprie idee, un avvicinamento verso le persone che fino a ieri, che poi è fino ad oggi, venivano respinte. Spinge piuttosto alla vendetta, ad un agognato potenziamento del proprio punto di vista.

Dunque l’esperienza non insegna, incarognisce. Naturalmente si sapeva già, tanto che gli italiani, popolo storicamente emigrante, non ha imparato dal proprio passato. Allora perché avrebbe dovuto imparare a questo giro? Per nessun motivo, è solo quello stupore che colpisce ad ogni conferma, quella disillusione prevista che sa di ennesima delusione.

Come vigili, vorremo essere all’incrocio a segnalare qual è la strada da prendere: questa ragazzi, non l’altra. Poi li vedi andare dall’altra parte del bivio, dove andrai ad appostarti per restare ancora una volta inascoltato. Ma l’esperienza non vi insegna nulla? No, accarezza la rabbia, stringe l’imbuto della cecità.

Che vogliamo farci? Per tutti è lo stesso, perché per loro dovrebbe funzionare diversamente? Siamo solo stupidi noi a illuderci, l’empatia non è data dall’esperienza, ma da un interruttore dell’animo che non scatta a comando, che potrebbe non scattare mai. E allora, quando arriverà il momento, vendicatevi, avete fatto così poco fino ad ora…

Su Agafan

Agafan
Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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