Le Iene fa reportage, entra nelle case della gente, solleva i tappeti polverosi che giacciono nelle stanze del potere (magari non i tappeti, forse gli zerbini), stana le magagne e fa informazione accessibile. Insomma, a detta dell’uomo comune che vive in un paese in cui l’informazione passa sempre più spesso per le vie oscure del non verificato, Le Iene è l’unico programma che fa giornalismo d’inchiesta in Italia. E a me viene da dire soltanto, ma vaffanculo va.
Vado subito diretto al punto: io non sopporto Le Iene. Ovviamente non parlo del film, ma del programma televisivo di Davide Parenti, quello con gli inviati vestiti come i vari Mr. White, Orange, Pink e Yellow e che, per definizione del format, sa mescolare con sagacia informazione, inchiesta e intrattenimento. Ma attenzione, il mio non è odio scaturito da una delle tante polemiche che ciclicamente investe il programma Mediaset, tantomeno invidia per il suo innegabile successo. Il mio è proprio un odio strutturale che è montato col passare degli anni e di cui ora proverò a spiegare l’origine. Ma prima, un piccolo preambolo.
So benissimo in che mondo viviamo e quale piega ha preso l’informazione ai giorni nostri. So bene che l’Italia figura oltre il 70esimo posto nella classifica sulla libertà d’informazione e che l’utente medio della penisola non ha più nell’attualità il suo più alto interesse. So altresì che non è tutta colpa del suddetto utente medio se l’informazione si è trasformata in qualcosa di molto diverso rispetto anche a solo a vent’anni fa, e cioè in un prodotto che antepone lo stupire all’informare, il tutto ben condito da quella deriva bipolare che scatena alternativamente indignazione e risa sguaiate, fenomeni tanto cari alle casse di risonanza social. So perfettamente che l’importanza di una notizia, oggi, deve sottostare a determinate regole di linguaggio e di concetto, che le consentano di arrivare prima e di essere più incisiva di quella del competitor, anche a costo di sacrificare la qualità e sì, cazzo, anche la veridicità della notizia stessa. So benissimo che la rete ha cambiato le carte in tavola: bisogna correre, bisogna arrivare prima degli altri, il tutto, tra l’altro, senza avere la certezza che tutto questo correre serva davvero, vista la contrazione del mercato (leggi calo costante degli investimenti pubblicitari) e gli stati di crisi delle più grosse testate italiane. Una situazione se non drammatica almeno preoccupante, che si riversa a cascata su tutto, compresa la professione del giornalista che praticamente non esiste più, soppiantata da un esercito sterminato di peones sottopagati e, quel che è peggio, sottopagati un tanto al pezzo.
Insomma, da dovunque la si voglia guardare, so benissimo che lo stato dell’informazione è critico e che quindi una realtà come Le Iene, che in circa 20 anni è riuscita a costruirsi un successo solido proponendo un prodotto che si conferma a ogni stagione, non può e non deve andare incontro a critiche. Ma soprattutto, so benissimo che Le Iene ora come non mai è un programma figlio del suo tempo, ne rispecchia e soddisfa i bisogni tanto che, insieme all’amore del suo pubblico, che considera i suoi inviati (o gli autori) le uniche voci libere in un’informazione tenuta in mano da venduti, ora incassa anche i favori di una parte di critica che ha identificato nella trasmissione una sorta di ponte tra un giornalismo che non c’è più e l’informazione moderna: spigliata nel suo arrivare al punto, forse un po’ superficiale nel trattare certi argomenti, ma comunque efficace nel proporre in maniera “empatica” delle questioni che altrimenti il pubblico non si filerebbe nemmeno per sbaglio.
Ed è esattamente su questo punto che mi parte il vaffanculo urlato all’inizio di questo risibile pezzo.
Partiamo dalla domanda principale: che cosa è Le Iene? Informazione? Intrattenimento? Entrambe? Non si sa, o meglio, diciamo che la definizione è liquida (che abuso di ‘sto aggettivo, in questi ultimi tempi): Le Iene è un po’ quello che gli conviene a seconda di quello che produce puntata per puntata. Va a filmare i ragazzi che si ubriacano e pippano cocaina? Allora le Iene è un programma d’inchiesta. Trenta secondi dopo in un altro servizio un inviato si diverte a fare scorregge addosso al politico di turno (non so se l’hanno fatto sul serio, ma ci siamo capiti)? Allora l’inchiesta lascia il passo all’intrattenimento irriverente.
Ok, va bene, però questo per me non è corretto, e non perché la scorreggia può ledere al valore dell’inchiesta (anche se spesso, è più vero il contrario), ma perché a forza di giocare a nascondino in questo limbo è un attimo scadere nell’impunità tale per cui, se fai un servizio realmente utile e la gente ti acclama (vedi caso Dj Fabo), allora sei un programma giornalistico, se invece pesti una merda grossa come una casa (vedi caso Stamina) allora svicoli e ti trinceri dietro l’intrattenimento. Questo, a mio modesto parere, non vuol dire solo confondere le persone che vedono in te una fonte di verità certa (sigh), ma significa anche scansare le responsabilità etiche che un programma d’informazione dovrebbe rispettare.
In più, questo “errore di fondo” che poi altro non è che la chiave del successo del programma, porta con sé un altro aspetto che a mio parere non può essere trascurato, soprattutto quando si paragona Le Iene ad altri programmi d’inchiesta, come ad esempio Report, e cioè che nel format Mediaset la scelta degli argomenti e soprattutto il taglio che ne viene dato è violentemente condizionato dall’esigenza di intrattenere. Un patto col diavolo fondamentale e con cui non si può non fare i conti. Un patto che condiziona fortemente la scelta editoriale, anche perché senza una massiccia quota di intrattenimento (fatta di scorregge, di battute di Mammuccari e dei bei labbroni della Blasi), diciamoci la verità, Le Iene non reggerebbe il confronto nemmeno con le inchieste sul pomodoro insalataro fatte da Mengacci su Rete4.
Gli autori, dunque, per unire in maniera credibile inchiesta e intrattenimento, sono costretti a parlare alle viscere della gente, devono dare loro quello di cui hanno bisogno, li devono colpire, e lo fanno sia raccontando la storia del povero handicappato a cui hanno ucciso il cagnolino, sia pubblicando le foto prese nei circoli gay che ricevono fondi pubblici (non perché fossero utili ai fini del servizio, e quindi deontologicamente giuste da mostrare, ma semplicemente perché d’impatto), sia, ahimé, facendo una selezione delle fonti il più delle volte parziale o forzata, con tutto quello che ne consegue in termini di percezione della verità.
Quello che mi spaventa, è che questo tipo di informazione spinge ancora di più l’utente medio ad appassionarsi al clamore del fatto contingente senza dedicare più di quattro secondi a una riflessione post-evento. Basta prendere il caso DJ Fabo, per capire di cosa sto parlando. Per 5 giorni, grazie soprattutto a Le Iene, siamo stati tutti fortemente schierati a favore o contro l’eutanasia, si sono lette invettive di ogni genere, abbiamo sofferto e ci siamo indignati contro lo Stato o contro chi decide di farla finita. Ok, ma poi? Morto quel povero cristo, il delirio si è placato, e abbiamo ricominciato a ridere per le scorregge in faccia al politico. Dell’eutanasia torneremo a fregarcene come sempre, come del resto abbiamo lasciato morire il nostro interesse a suo tempo per la Englaro, ma anche per L’Aquila, l’Emilia e Amatrice. È questo quello che succede quando si parla alla pancia, si vive di fiammate e poi ci si dimentica. Ok, direte, voi, ma perché prendersela con Le Iene, che in fondo qualcosa di buono lo fa? Beh, a me loro fanno ancora più incazzare perché hanno un bacino enorme e potenzialità pressoché infinite, eppure, facendo le debite proporzioni, si comportano esattamente come quei siti web che producono news “acchiappa clic” facendo leva sui pruriti bassi della gente.
Probabilmente questo è il giornalismo del futuro, o forse è semplicemente il giornalismo che ci meritiamo, mettiamola come volete, ma questa, a mio parere, non è informazione.
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Siper d’accordo montano i servizi a modo loro e senza pe sare alle conseguenze. Non e’ informazione o se lo e’ e’ pilotata a loro piacimento. Passano da paladini della giustizia e da martiri quando invece sono loro i carnefici.