Calcio amatoriale: quel fesso dell'arbitro

Calcio amatoriale: quel fesso dell’arbitro

Il ruolo dell’arbitro è infame, più di quanto chi non l’ha mai svolto possa immaginare. Fare l’arbitro, stiamo parlando di livello amatoriale, è una condanna autoinflitta che può trovare origine solo in un masochismo finalmente sfogato. Essere l’arbitro di una partita significa avere sempre e comunque torto, a prescindere da tutto e da tutti, a prescindere dal risultato, a prescindere da quanto giochino male quelli in campo.

Giovinezza di rigore

Per un certo periodo della mia vita mi sono ritrovato a fare l’arbitro di calcio per un’associazione amatoriale. Le cause di questa sciagura sono state diverse, a partire dalla mancanza di qualunque segno di talento per il calcio giocato, per arrivare al fatto che, seppur non troppo, mi pagavano e a quell’età qualunque attività producesse un accenno di reddito era più che benvenuta. Non starò qui a tediarvi con i racconti di domeniche mattina che seguivano serate di gioventù e quindi di sboccate negli spogliatoi prima di scendere in campo, credo riusciate a immaginare come dovesse essere partire da casa alle sette del mattino d’inverno dopo essere tornato alle sei con l’effetto dell’alcol ancora in pieno svolgimento. Ma ero giovane, il mondo mi sorrideva.
Vorrei piuttosto focalizzarmi sulla figura dell’arbitro nel gioco del calcio, un martire. Figuratevi poi a livello amatoriale, praticamente il bersaglio dello sfogo delle frustrazioni infrasettimanali di uomini con una tecnica approssimativa e una condizione fisica risibile. Proverò a sottolineare alcuni aspetti che aiutino a capire un minimo la condizione di quel povero cristo deputato a prendere decisioni.

Non decidere è decidere

Decidere in un attimo non è facile, non è che puoi metterti lì a pensarci su, a rivedere l’azione nella tua testa e quindi ponderare la decisione con le cautele del caso. Soprattutto, la cosa più terribile, è che non decidere significa prendere la decisione di non decretare il fallo, quindi la mancanza di decisione è una decisione. A volte accade anche nella vita, ma non con l’ineluttabilità con cui succede in campo. Se non fischi il rigore decidi che non è rigore, in sostanza vaghi per un prato con una spada di Damocle sulla testa che, per altro, sai certamente che cadrà. Se aggiungete che io sono decisionista quanto la Raggi capite bene il dramma.

Espellere non è reato

All’arbitro non piace espellere e più in generale non piacciono sempre le decisioni che è costretto a prendere. Partendo dal presupposto che un arbitro cerca di applicare un minimo di buon senso, soprattutto in contesti amatoriali, in certi casi ti trovi però costretto a buttare fuori qualcuno. Per tre motivi fondamentali. Non scendi mica in campo per essere preso a male parole. Se per esempio uno ti manda platealmente a fanculo puoi anche far finta di non sentire, e puoi girarti dall’altra parte pure una seconda volta, ma alla terza lo mandi negli spogliatoi, perché altrimenti si trasformerebbe nella sagra dell’insulto, tutti rivolti a te per altro. Ancora, se uno manda a fanculo un avversario potresti pure fingere di non sentire, ma se non prendi mai il provvedimento va a finire che quelli si menano e non la sto mettendo giù come ipotesi fantascientifica, lo dico col senno di poi: risse in campo ne ho viste quanto basta. Infine l’arbitro non può mandare a fanculo nessuno, nemmeno dopo essersi sorbito una carrellata di insulti da far impallidire un indemoniato. Allora che fai? Sopporti senza utilizzare il cartellino rosso? Ma guardate che le frustrazioni e i nervosismi non sono mica esclusiva dei giocatori, pure l’arbitro ha una vita quotidiana, non vive mica chiuso in un armadio tutta la settimana per essere tirato fuori il giorno della partita. Le soluzioni sono due: o hai la possibilità di controbattere a tono o ad un certo punto cacci fuori quello che ti rompe i coglioni.

Quelli con la supervista

L’arbitro cerca di essere sempre il più vicino possibile all’azione, naturalmente non sempre riuscirà ad essere posizionato al meglio. Io posso capire le proteste per un fallo da parte di chi lo commette, anche quelle di chi è a due passi, ma che dall’area opposta arrivino quelli che si infuriano trovandosi a cinquanta metri dall’azione non riesco proprio a concepirlo. Ma porca puttana, sei così lontano che per protestare fai una corsa che ti spezza il fiato e pretendi di aver visto meglio di me che sono a due passi? Magari hai visto male, per carità, ma magari pure lui dalla sua distanza siderale.

Impossibile avere ragione

La protesta è continua ed assicurata, perché l’arbitro non ha mai ragione. Qualsiasi decisione tu prenda trovi qualcuno che si incazza. A parte l’impossibilità cronica di sciogliere il nodo: se dai il fallo si lamenta quello che l’ha fatto, se non lo dai quello che l’ha subito, se non lo fischi è come non darlo e si lamenta quello che l’ha subito. Insomma, in qualunque angolo del terreno di gioco e per tutto l’incontro l’arbitro sbaglia senza soluzione di continuità, eppure è mai possibile avere sempre e comunque torto? La risposta è sì, l’arbitro ha sempre torto e propongo un esempio tratto da partita vissuta che permetta di capire come non sia possibile spuntarla. Risultato in pareggio, ma, poiché il regolamento prevedeva i playoff, ad una delle due squadre il risultato andava stretto poiché serviva la vittoria. Finiscono i novanta minuti e comunico un generoso recupero di cinque minuti che, naturalmente, vengono considerati una miseria per la squadra che vuole vincere, con allegate accuse di non voler far loro proseguire il torneo. Appena cominciato il recupero la squadra che doveva vincere segna e a quel punto iniziano a lamentarsi del recupero troppo lungo, gli stessi che un attimo prima si lamentavano della brevità, capite?! Lo capite vero che non se ne riesce ad uscire?!

Questione di vita o di morte

Le proteste di questi calciatori della domenica sono quasi sempre molto accese. Ma non accese così per dire, si tratta di toni davvero disperati o incazzati, esasperati a tal punto che ogni tanto ti chiedi se ne vada della loro vita. In quel tono disperato puoi leggere tranquillamente la tensione quotidiana di dover rendere conto ad una moglie padrona, in quello incazzoso la rabbia contro il capo ufficio o il vigile che ha dato una multa. E tu sei lì a farli sfogare, tanto qualunque decisione tu prenda qualcuno si sfogherà come se gli avessi ammazzato un parente.

Complottismo casereccio

L’italiano vede complotti un po’ ovunque, figuriamoci se non li vede su un campo di calcio. Ogni decisione presa contro una squadra i giocatori di quest’ultima ti accuseranno di volerli far perdere. Perché mai dovresti propendere per una squadra o per l’altra lo sanno solo loro, figuriamoci se un arbitro si prende la briga di favorire qualcuno. Un conto è se lo corrompessero, allora nessuno può chiamarsi fuori, ognuno cede a cifre diverse. Ma a livello amatoriale, con gente che a malapena ha la stessa maglietta quando in squadra insieme, dove stradiavolo lo trovi uno che ti paghi per vincere? Per vincere cosa poi, la partita scapoli contro ammogliati?[yikes-mailchimp form=”3″ title=”1″ description=”1″]

Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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