RoadtoStramilano #6-6 – Un giorno di ordinario allenamento

Oggi racconterò lo svolgimento in concreto della seduta di allenamento di lunedì 14 novembre 2016. Perché dopo tanto parlare è giusto fornire un quadro più preciso, meno romanzato e più attinente all’allenamento sul campo. Desidero portare sui vostri schermi uno spaccato di corsa vissuta.

Voglio raccontarvi la seduta di ieri in modo da darvi un’idea netta e precisa della situazione in cui verso. Innanzitutto non correvo da una settimana a causa di un raffreddore forte, uno di quelli che ti fanno capire quanto l’uomo sia fragile di fronte alle forze della natura. E già qui mi insospettisco. Da settembre, cioè da quando ho cominciato questa follia, è già il secondo che mi prendo di questo tipo, di quelli che non senti più nemmeno l’odore delle tue feci. Tra l’altro durano pure un paio di settimane piene, oltre il limite conosciuto dai miei raffreddori precedenti. Negli anni passati mi sono sempre beccato un malanno, al massimo due ma nell’arco dell’intera collezione autunno-inverno. Sarà proprio un caso che ne io ne abbia già beccati due con un incremento del… vabbè dai un incremento importante?

Insomma, anche se ancora mezzo diroccato ho deciso di scendere in pista per non perdere troppo terreno d’allenamento. La seduta di oggi prevedeva dieci chilometri a 155 battiti, quindi si rendeva necessario il cardiofrequenzimetro. Mi sono incontrato con il mio compagno di allenamento di quattro anni più vecchio e siamo partiti.
Pronti via il cardiofrequenzimetro ha smesso di contare i battiti, perché? Perché se qualcosa di tecnologico può andare storto nelle mie mani ci va. In particolare non avevo stretto abbastanza il reggipetto elettronico che quindi tendeva a cadermi sulla pancia ancora in bella in vista. Mentre cercavo una soluzione all’imbarazzante problema mi sono messo al passo del mio sodale e, quando il mio aggeggio ha ricominciato a segnalare nuovamente, ho scoperto che mentre lui era sui 150 battiti io viaggiavo sui 166 e quindi ho dovuto rallentare. Lentamente, penetrante nell’orgoglio come una lama nel burro, vedevo il quarantaduenne distanziarmi, decisamente sconsolatamente evidentemente facilmente scandalosamente distanziarmi.
Quindi, tossendo e incupendomi ho proseguito con il mio ritmo. Ma cosa vedeva uno spettatore esterno? Un fu giovane uomo che avanzava con passo lento tenendosi il fianco come non ce la facesse più. Infatti la soluzione per conoscere il mio battito si era rivelata quella di reggere il reggipetto, reggitori di reggipetti. Il passo lento era dovuto al fatto che io sui 155 battiti ho un passo da sicura che fa acquisti, ovvero una camminata decisa ma senza esagerare. Però mi è stato detto che devo sempre e comunque correre, anche sciancato devo atteggiarmi a corridore. Quindi dall’esterno vedevano l’immagine grottesca di questo ancora giovane uomo che si teneva il fianco pur tenendo un passo da cardiopatico (ma non da chi ha avuto problemi cardiaci, bensì da chi ha un attacco in corso) e sempre con l’attenzione rivolta all’orologio (ma solo io ho il cuore così umorale che balza avanti e indietro in un millisecondo?). Praticamente l’allenamento di un Benjamin Button partito però da 120 anni e dotato di un fascino più vicino a Danny DeVito che a Brad Pitt.

Rivelerò il punto di vista interiore attraverso tre immagini. Ad un certo punto si è creato attorno a me un silenzio irreale, roba di una ventina di secondi prima che arrivasse un’automobile a riportarmi nella realtà. Ma per venti secondi non è passata anima viva e non è stato prodotto nessun suono. In questa improbabile culla spazio temporale campeggiava una sola enorme domanda: perché? Ma come cazzo hai fatto a infilarti in questa situazione? Questo per i primi dieci secondi, negli altri dieci è sbucato il cartellone con la risposta: idiozia, inqualificabile stupidità.
Il circuito metropolitano che ospita i miei ridicoli sforzi prevede un triplo passaggio presso cimitero. Girandomi a guardarlo mi pareva che le lapidi ospitassero il cadavere della mia avventura di atleta, mi sono immaginato chiaramente l’epitaffio: Qui giace un’impresa seppellita dalla sua stessa intenzione.
Quando correvo dando tutto, senza che una macchina mi guidasse, soffrivo da cani, c’erano momenti in cui avrei sbattuto la testa contro il marciapiede piuttosto che continuare. Ora invece non faccio nemmeno fatica, caracollo mollemente attanagliato da una noia a cui non riesco a trovare un senso, forse perché un senso non ce l’ha. Non posso nemmeno misurare il mio compiacimento sul dolore e la fatica, devo credere in teorie astratte che sostengono come correre in questa maniera sia più allenante. Ma io ho bisogno di segnali chiari, di segni fisici porca troia!

Il risulto di tutto ciò? Il mio peggior tempo in questo tipo di allenamento. Ma dove cazzo voglio andare?

Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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