RoadtoStramilano #5-5 – L’uomo da un quarto di dollaro

Un allenamento ponderato trascina con sé aggeggi infernali che durante la corsa vogliono dire la loro. Non voglio insinuare che i loro commenti siano inutili, per carità saranno di sicuro fondamentali, però sono presenti tutto il tempo, rendendo la corsa uno stillicidio di scassamento di palle.

Non vorrei passare per quello che va cercando motivi per smettere, davvero. Non vado cercandone perché non me ne servirebbero altri a fronte di un unico motivo per continuare: la sfida che ho raccolto, proprio io che non raccolgo nemmeno le monete che mi cadono per terra. Però, in questo diario, devo rendere conto della mia esperienza e, come dimostra l’esistenza stessa di questo diario, gli impegni cerco di mantenerli.

Io pensavo alla corsa in tanti modi, quasi tutti poco costruttivi. In ogni caso la corsa era quella cosa per cui esci di casa e ti metti a correre. Libero da tutto, solo tu e l’asfalto da percorrere, per i più fortunati un parco. Certo mi immaginavo la sfida lanciata a se stessi, alla propria mente, alla propria capacità di non mollare, al desiderio di superare i propri limiti, tutt’al più all’intensa voglia di perdere peso, magari anche l’inseguimento di una ragazza da portare a cena. Ne vedevo qualcuno di questi corridori accaniti, con i loro auricolari per ascoltare la musica preferita o più adatta, tutto sommato comunque un periodo da passare con se stessi cullati da una colonna sonora. Insomma erano tante le idee che la mia mente aveva partorito riguardo alla corsa, ma tutte, in fondo, covavano un’aura di libertà. Pur chiuso nel mio astio preventivo, riconoscevo ai corridori una ricerca di qualcosa fuori e qualcosa dentro insomma un coraggio scaturito dall’essere umano.

Bene, sappiate che sono passato alla fase due dell’allenamento, basato sulla distanza e non più sul tempo. Già nelle prima fase ho dovuto munirmi di marsupio apposito per il cellulare e auricolari per capire quando la seduta finisse oltre ad ascoltare i tempi intermedi. Sul braccio proprio non ce la faccio, troppo fastidio, oltre a non voler apparire come quelli che vedevo in giro e che ho sempre guardato con ironia considerandoli invasati. Dopo aver ceduto per esigenza, sono anche disposto a prendermi per il culo da solo, ma almeno non per avere un cellulare sul braccio.
La seconda fase di allenamenti inoltre richiede un cardiofrequenzimetro. Massimo, conoscendo la mia tendenza a liberarmi dei soldi come fossi un milionario che compra le cose più inutili purché siano oltremodo costose, ha cercato di sfilarmi dalle tasche trecento euro: pareva un venditore televisivo invasato che vedeva in me un allocco da raggirare, una prostituta pronta a buttarsi sui miei pochi risparmi (leggete qui per credere). Per fortuna mi anima la ferma convinzione di non correre più dopo la Stramilano 2017, cioè dopo il raggiungimento dell’impresa, e quindi una cifra del genere non poteva attrarre nemmeno la mia fame di sperpero. Mi sono limitato ad un cardiofrequenzimetro senza gps in offerta a 39 euro, perfetto.

La faccio breve. Per correre ora esco di casa e la vestizione prevede: un marsupio per il cellulare da cui partono gli auricolari, un orologio al polso (io che non porto orologi da decenni) e una sottospecie di reggiseno che non riesce mai a calzarmi come si deve e non mi regge nemmeno le tette. Una volta imbragato in questo modo imbarazzante esco e incomincio la corsa. Dagli auricolari mi arrivano aggiornamenti costanti su chilometraggio tempi e sa il cazzo cos’altro visto che l’applicazione parla in inglese. Il cardiofrequanzimetro suona ogni santissima volta che scendo o salgo rispetto all’intervallo di valori stabilito e, siccome il mio passo è più incostante del mio umore, suona ogni due per tre. In poche parole il mio allenamento si sviluppa tra rompimenti di coglioni costanti e aggeggi che non ne vogliono sapere di lasciarmi in pace. Come non bastasse il rompimento di coglioni di uscire a correre, una tortura che si aggiunge ad una tortura: mi chiedo quando questo crescendo esponenziale finirà.

Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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