Un fisico e una mente non adatti alla corsa non possono che partorire sconfitte. Confesso che ho ceduto, per la prima volta in questo mese e mezzo ho davvero ceduto, ho già ceduto. Conto di riprendermi, farò leva sull’unico punto di ripartenza che al momento mi è rimasto: il senso di colpa. Avverto però che è un’arma a doppio taglio e soprattutto a stretto raggio.
Ci sono stati anni, seppur lontani, in cui il mio fisico era predisposto per lo sport. Ero magro, giuro magro, ma non magro tanto per dire, ma praticamente scavato in volto, tanto che le zie (tutte rigorosamente calabresi) sostenevano dovessi mangiare di più: davvero da non credere, qualcuno che mi suggerisce di mangiare di più, la vita sa proporre un’ironia davvero potente, anche se messa in campo attraverso gli occhi di esseri che ritengono affamato chiunque sia sotto gli ottanta chili. A questa magrezza esasperata possiamo aggiungere una quantità di energie che oggi come oggi faccio fatica ad associare al mio fisico, è stata una fonte che ha iniziato a prosciugarsi fin troppo presto e se devo immaginare quell’energia su me stesso devo fare esercizio più di fantasia che di memoria.
Non sto rivangando il passato per piangermi addosso, lo adoro fare ma non è questa l’occasione, anche perché devo ammettere che la cura del mio fisico è sempre stata sotto la soglia più bassa, in qualunque punto decidiate di piazzare la soglia. Il motivo di questo amarcord è dimostrare che posso disquisire, senza mentire, sulle mie caratteristiche atletiche. Perché se è vero che oramai li ho smarriti in un passato talmente lontano da costituire un ritaglio di illusione, i miei punti di forza a livello fisico sono dentro di me. Lo sono in potenza nei miei geni, offuscati dall’età ma se c’è un modo in cui sono fatto è come ero in giovinezza, ho rovinato tutto ma se non l’avessi fatto sarei in quel modo, con meno brio ma mi si riconoscerebbero quegli accenni di caratteristiche.
Insomma, l’atleta che alberga dentro di me e che vive in un mondo parallelo non è adatto alla corsa. Questo volevo dire mettendoci più del dovuto. Quello in cui eccellevo erano scatto, riflessi e agilità, insomma le mie prestazioni potevano spalmarsi su un arco di tempo limitato, laddove la resistenza non è fondamentale. Tanto per togliervi quel sorrisetto del cazzo dalle facce sappiate che ancora oggi, con una preparazione degna di un Gascoigne in pensione da trent’anni, queste qualità mi vengono riconosciute. Un esempio su tutti, o forse l’unico. Quando mi presento in spiaggia associarmi ad una qualsiasi attività che vada oltre l’ombrellone è un azzardo che nessuno si sentirebbe di rischiare. Così vedermi giocare a racchettoni si rivela un lampo nel cielo sereno delle menti dei bagnanti, un drago indomabile che trasforma in spettacolo pressoché circense un’attività che prevederebbe pochi movimenti. Questo giusto per confermare quanto detto, certo confermarlo attraverso i racchettoni da spiaggia non è il massimo, ma si gioca con le carte che si hanno in mano.
Dobbiamo poi considerare il fatto indiscutibile che corpo e mente sono strettamente legati. Non so dire se sia il fisico ad adattarsi alla mente o viceversa, fatto sta che nel mio caso vanno a braccetto come due innamorati della prima ora. Infatti anche la mia testa riesce a rimanere concentrata per poco tempo, magari anche intensamente ma non chiedetele di sopportare uno stress prolungato. Per intenderci, nei miei otto anni di indecente carriera calcistica mi hanno piazzato in porta. Non solo per le mie scarse qualità di terzinaccio, ma anche per le mie caratteristiche sopra citate. Fare il portiere significa doversi impegnare per pochi momenti della partita, per quanto la tua squadra sia scarsa restano comunque pochi secondi dei novanta minuti. Lasciamo perdere che le responsabilità di ultimo baluardo mettessero in grave crisi la mia tenuta mentale, fragilità che ho coltivato fin da piccolo con impegno maniacale. Non è questo il punto, il punto è che io non posso, per costituzione, essere sottoposto ad uno sforzo continuato. Più che altro, nell’eventualità, non posso sperare in un successo.
Insomma, io non posso farcela. Continuerò a mettercela tutta, ma l’ombra del fallimento si fa sempre più lunga. Dopo solo un mese e mezzo vi chiederete voi. Porca miseria, un mese e mezzo è un’eternità, un mese e mezzo è uno sforzo solo pensarlo, figuriamoci viverlo correndo. Credetemi che queste considerazioni sono adatte al diario, perché le ho rimuginate proprio scendendo in strada. Quando mi sono fatto prendere da questa sfida non ci ho proprio pensato, a rendermelo chiaro è stato l’asfalto.
È arrivato il momento della confessione. Martedì mi ha preso un torcicollo tremendo e quindi mercoledì ho saltato l’allenamento. Venerdì sono sceso in pista nonostante qualche strascico, sono arrivato circa a metà dei 45 minuti previsti dalla mia attuale fase di preparazione e poi ho mollato. Mi sono nascosto dietro al dolore al collo, ma io lo so, conosco la verità: il dolore era minimo. Io ho mollato perché ero in difficoltà, ero a corto di fiato, di voglia, di forza di volontà. Si tratta della mia prima caduta sul campo, dei primi scricchiolii palesi e non solo mentali, sono passato ai fatti, a questo giro ho mollato sul campo. Mi sono sentito in colpa, tanto che avevo previsto di svegliarmi presto sabato mattina per recuperare, ma la pigrizia ha vinto, come quasi sempre nella mia vita. Di positivo c’è il tarlo che mi ha attanagliato per tutta la serata di venerdì, il senso di colpa che ha saputo sorprendentemente ritagliarsi un ampio spazio. Ripartirò da quello, dal senso di colpa, quando hai smarrito i punti di forza non resta che aggrapparti alle debolezze. E sta succedendo dopo solo un mese e mezzo, ma dove cazzo voglio andare?