RoadToStramilano #10-10 – Mi piacciono i piani ben riusciti, ma non so metterli in pratica

Il fallimento si staglia ormai con sagoma ben definita all’orizzonte. La prova della gara è andata nell’unico modo possibile: uno schifo. Sono migliorato così poco che mi vergognerei se solo me ne rendessi davvero conto. Di contro ho ottenuto risultati scientifici magari non sorprendenti ma certamente importanti nel campo delle conferme.

Giorno 30 dicembre 2016, quasi fine d’anno, già tempo di tirare le somme. Dopo aver proseguito con allenamenti programmati dai più improvvisati esperti del web, dopo aver calcolato i battiti del mio cuore al ritmo di segnalazioni acustiche dovute ad un reggiseno meccanico, dopo aver riposto le mie speranze in questo periodo di sedute ragionate, dopo aver dato ascolto a Massimo il mio preparatore unico e sovrano, ho deciso di constatare il mio tempo sui 10 km correndo libero come inseguissi una libellula in un prato avendo rotto col passato. Insomma come se fossi in gara, per capire se il traguardo dei 50 minuti fosse vicino.

Ebbene, non solo non è vicino, ma è altamente utopistico dato che il tempo fatto segnare dal mio martoriato fisico è stato di 59,55 minuti, insomma un’ora. Calcolando che corro da fine agosto e che mancano due mesi alla Stramilano sono praticamente fottuto. Insomma non ce la posso fare.
Non solo per il tempo fatto segnare in sé, ma per la fatica immonda a cui ho sottoposto il mio inadatto e inadattabile fisico. Pure tenendo un’andatura sotto il ritmo utile ai 50 minuti, a fine seduta non sapevo più chi fossi e perché fossi chiunque fossi. Dopo i primi tre chilometri sotto i sei minuti le gambe hanno cominciato a farsi pesanti e mi rendevo conto di correre di meno, ma non sapevo farci nulla perché era chiaro che le gambe di più non avrebbero girato. Verso il settimo chilometro le gambe sembravano riprendersi ma a quel punto mi sono ritrovato ad annaspare alla ricerca d’aria, non me ne bastava mai e non ne trovavo mai abbastanza. Insomma ho chiuso la corsa in pieno status di catorcio.
Non nascondo che in qualche modo ci speravo, non tanto per le mie doti da podista quanto per lo sbattimento profuso, per la costanza dell’impegno in qualcosa che mi fa schifo, per le ore buttate nel cesso, per quella fitta cocente nelle intenzioni ogni volta che sono uscito ad allenarmi. Ci ho sperato con una commovente ingenuità, ho cullato un’ipocrita aspettativa con la convinzione che solo l’ignoranza può donare. Ma sono tornato con i piedi per terra, anzi per poco non era tutta la mia figura per terra dopo la seduta.
Continuerò ad allenarmi, sta cosa la porterò fino in fondo con la cocciutaggine dettata dal mio sangue calabrese, con la stupidità dell’illuso, ma non servirà a nulla. E lo specchio al mio fallimento è il giudizio del mio preparatore Massimo, colui che mi ha impelagato in questa situazione disdicevole. Comunicatogli il risultato ha abbozzato soddisfazione, ma quando gli ho ricordato l’obiettivo (perché il farabutto nemmeno se lo ricordava, tipicamente italiano nel mettere nella merda gli altri fottendosene delle conseguenze) ha candidamente ammesso che un minuto al chilometro a sto punto è impossibile da tirar giù. Di fronte alla mia disperazione ha millantato un tentativo di spronarmi, dimostrando di voler giocare con la mia psiche come il gatto con il topo, mi sta distruggendo con i piccoli trucchi di un faccendiere dell’anima. Non ci crede nemmeno lui, probabilmente non ci ha mai creduto e ancora mi racconta bugie pur di vedermi soffrire.

p.s. Ho tentato un esperimento con il cardiofrequenzimetro, capita a chi come me vede i confini della scienza come una sfida da superare e il proprio corpo come una cavia di basso profilo. Dopo l’ultima seduta, invece di levarmi immediatamente il fastidiosissimo reggiseno, sono andato ad evacuare tenendolo addosso. I risultati sono stati molto prevedibili: durante lo sforzo della spinta ho annotato un leggero aumento dell’attività cardiaca che ritornava normale appena rilasciato il carico. D’altronde è necessario ottenere conferme sperimentali alle nostre intuizioni.

Su Giuseppe Ponissa

Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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