dente la recensione di Dente

Dente, la recensione del nuovo disco

A Giuseppe Peveri in arte Dente bisognerà prima o poi riconoscere il primato di essere stato il cantautore che ha risvegliato e aperto le porte alla canzone d’autore a metà degli Zero. In un momento in cui la musica sembrava aver dimenticato che le canzoni hanno delle parole e che possono essere importanti, Dente ha proposto canzoni fatte di giochi di parole e piccoli racconti minimali, schizzi a matita. 

Dobbiamo alle sue canzoni “leggere” se la discografia si è riaperta ai cantautori e se un’intera scena, quella indie, ha potuto farsi notare. Per questa e per molte altre ragioni quando esce un disco di Dente bisogna ascoltarlo con grande attenzione.

E qui in redazione siamo rimasti stupiti. Ascoltando il nuovo lavoro di Dente si ha infatti la sensazione di essere di fronte ad un disco nudo, molto sincero e al limite del biografico. Tanti riferimenti al passato personale, tante voci che arrivano da lontano. Eppure Dente è anche il disco più diverso di Giuseppe Peveri, sia da un punto di vista musicale che letterario.

Rimane lo stile di Dente al centro del disco, certo, ma le sfumature sono cambiate, i colori sono cambiati. Da un punto di vista musicale è facile notare la differenza per via del tappeto sonoro differente. Da un intimismo quasi latino, sicuramente acustico, siamo passati ad un elettro pop quasi dance dal sapore metropolitano. Un po’ più freddo, un po’ più contemporaneo. Complice ovviamente la scelta dei collaboratori, il disco infatti è prodotto da Matteo Cantaluppi, quello che, per inciso, è dietro al suono che ha generato l’ascesa dei Thegiornalisti prima e al Tommaso Paradiso solitario poi. All’arrangiamento invece è arrivato Federico Laini, con cui Dente ha collaborato per tutte le 11 nuove canzoni.

Due nomi, in particolare quello di Cantaluppi, che in questo momento vogliono dire scegliere di agganciare quel grande fenomeno che è la musica “ex indie” transitata nel calderone della “musica italiana”.

Su questa scelta potremmo discuterne all’infinito, perché se di sicuro non ha spiazzato i fan di Dente, il nuovo suono un po’ fa riflettere e obbliga ad ascoltare il disco con una certa distanza. Le 11 canzoni sono belle e si percepisce la necessità di scrittura, ma forse quello che si sente un po’ meno è il divertimento, il gioco. Un disco decisamente maturo ma che forse perde qualcosa in freschezza.

Dente all’inizio della sua carriera è stato avvicinato da molti a Battisti, ma secondo me c’è stato un grande fraintendimento sul suo lavoro. La leggerezza di Dente arrivava dalla raffinatezza delle scrittura, dal trasporto che creava, non da una preparazione da gara. Forse in Dente, disco che piacerà comunque perché è ben scritto e perfettamente eseguito, qualcosa si è persa sulla strada del vecchio giocoliere.

Chiarito questo, è pur vero che tutti gli 11 pezzi ci consegnano un Dente maturo e avvicinabile in molti punti al Dalla di metà anni ottanta, con un bel gioco nella voce e una grande sincerità.

L’apertura del disco è affidata a Anche se non voglio, pezzo che si apre con una bellissima dichiarazione “Lascia che la gente pensi che io sia felice, che sia stupido, che sia debole, che sia assente, perché di tutto questo non sono niente”. Canzone che colpisce al primo ascolto, molto bella la linea vocale.

Adieu è una canzone perfetta, gioca sul rapporto tra passato e futuro ed ha un ritornello fortissimo. Cose dell’altro mondo è calda e dolce, Sarà la musica è evidentemente uno sfogo disilluso e amareggiato scritto in punta di fioretto.

Trasparente è forse la canzone più bella del disco, brividi puri.

Non cambio mai chiude il disco e sembra contenerne il metasignificato, parole scelte e lente che raccontano di un bambino silenzioso e di un uomo che non si ritrova nei suoi panni. Il titolo dice una verità e una bugia: Dente sa cambiare pelle, lo ha dimostrato proprio con questo disco, ma Dente sa anche che il suo centro poetico è la cosa che ci fa amare la sua musica e questo, nonostante il nuovo rivestimento sonoro, è rimasto.

Su Piggy the pig

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Nasce negli anni 80 con ancora l'eco delle chiamate londinesi. Quando ci arriva a Londra è scoppiato il Brit-pop, intanto le urla del grunge scendono sotto pelle. Ama il vino rosse e le birre rosse, ascolta musica per non piangere ma a volte gli fa l'effetto contrario.

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