La tentazione
Sono la cavia di un esperimento: lo so, non mi piace, non vengo pagato, devo sopportare per orgoglio, mi ci si sono infilato senza volerlo ma forse inconsciamente sapendolo e volendolo, ma se solo esistesse un minimo di dialogo con il mio inconscio lo crocifiggerei alle sue stronzate come fosse uno dei ladroni, perché non merita l’attenzione del Cristo pur pretendendone il ruolo, non accorgendosi di assomigliare più ad un diavolo tentatore che cerca di ammaliare il peccatore con carte truccate al mattino in coda in macchina mentre è in ritardo al lavoro.
Non so se lo sapete, io per esempio l’ho scoperto da tre settimane, ma esistono le fasce cardiache. Non voglio dilungarmi in questi dettagli tecnici che annoiano me più di quanto annoino voi; e se non vi annoiano allora parlate con Massi, il mio coach improvvisato che si diletta di questi dettagli come un feticista, in particolare me lo immagino con l’attenzione rivolta ai piedi, non so perché, ma in faccia ha quella ruga di perversità che solo i piedi possono segnare.
La fascia cardiaca premorte
In ogni caso, nella prima fascia si cammina, nella seconda si corre piano, nella terza si corre sostenuti, nella quarta si corre forte. Quando ci siamo allenati insieme, ho corso per quaranta minuti cercando di tenere un passo di 7 minuti al chilometro. Per farlo, arrancavo come un riposseduto, cercavo di trovare la fine del tunnel con la luce ma era tutto buio e dovevo aver sbagliato ad imboccare il tunnel, che è peggio, perché in fondo al tunnel trovi la pace della morte, mentre nella mia condizione ero sperso in un deserto senza confini di sofferenza, là dove la via d’uscita è ipotizzata come utopia, lì dove osano solo gli stronzi.
Quello che sto cercando di farvi immaginare è un uomo di mezza età che si esprime in uno sforzo folle, con l’espressione da Via Crucis, nello stesso tempo gridando: Chronos, vienimi a salvare!, agognando la fine dell’allenamento con la forza di quando alle medie agognava la professoressa di arte, producendo la stessa sofferenza anche se declinata in modo decisamente diverso.
Mi sentivo cantare:
Coro meu (cuore mio) fonte ‘ia, gradessida (fonte chiara e di vita)
gai puro deo (dove anch’io), potho bier’sa vida (posso bere alla vita
Naturalmente senza mollare, con la testardaggine che mi piace accarezzare come forza di volontà, anche se so che imbellettare la mia goffaggine nello stare al mondo non la rende bella ma solo ridicola.
In contemporanea, Massi mi passeggiava al fianco, chiacchierando amabilmente, così lontano dallo sforzo fisico da non rendersi conto che prima cercavo di rispondere boccheggiando come stessi esalando l’ultimo respiro, in seguito gli facevo segno di non cagarmi il cazzo perché non avevo più il fiato nemmeno per mandarlo a fanculo, infine non scorgendo quel mio stato di condizione premorte che ti riconcilia con il mondo che stai abbandonando, ma in quel caso comunque non con lui, sanguinario assassino di creature da divano.
L’uomo che cammina supera l’uomo che corre
Dunque, come avrete capito, e se non lo avete capito non mi stupirei, mentre io correvo nella fascia 6.1, Massi faticava a raggiungere la seconda, quella della corsa leggera. Detto per inciso, la fascia di 6.1 credo sia il limite tecnologico, almeno della povera tecnologia che mi porto appresso, del conteggio delle fasce cardiache, nel senso che oltre non è previsto nulla, forse perché oltre c’è la vita eterna. Ricapitolando: mentre io lottavo per la sopravvivenza, Massi passeggiava amabilmente grattandosi i coglioni; non so se lo ha fatto, non avevo la lucidità di vederlo, ma di certo aveva l’agio di farlo e noi tutti sappiamo che l’agio fa l’uomo toccatore.
Dove sta l’esperimento? Vi rimando un’altra immagine. Devo fare quelli che il coach chiama lunghi, lunghe corse nella seconda fascia cardiaca, che per me significa correre, si fa per dire, a 9 minuti al chilometro. Non sapete precisamente cosa possa significare? Ve lo dico io: in uno di questi allenamenti, un signore più di mezza età di me mi ha superato camminando. Certo lui camminava di sicuro velocemente, ma per quanto sforzo stesse producendo, e in cuor mio spero fosse al limite estremo, stava pur sempre camminando. Un uomo che cammina supera un uomo che corre, l’uomo che corre può andare a seppellirsi nelle praterie dei suoi fallimenti, nel punto dove una bestemmia incrocia un’altra bestemmia che sta chiamando un’altra bestemmia, che sta inseguendo un’altra bestemmia che sta pettinando le piume delle ali di un angelo.
Immaginate l’umiliazione che posso provare nello svolgere questi allenamenti, la noia che mi soffoca, l’esasperazione che non sa più in quale lingua gridare. Eccolo l’esperimento: il mio così detto coach sta spingendo l’animo di un umano fino al limite estremo dell’esasperazione, per vedere l’effetto che fa. Il risultato posso comunicarvelo io stesso, la cavia: la prossima volta che lo vedo cercherò di annientargli la volontà a suon di insulti, provando a deturpargli qualsiasi intenzione di riprovarci.
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