diario di una maratona

Maratona di Parigi 2021 – Il fallimento più trionfale della mia vita

Puntata, anzi, finale post credits del nostro Diario di una Maratona. Potevamo non correre una gara dopo così tanti mesi di lavoro? Ovvio che no, per cui, ecco come è andata la nostra esperienza alla Maratona di Parigi

Faccio un breve recap, per chi si fosse perso le puntate precedenti. Io e Agafan, ormai l’agosto scorso, dopo una serata da ubriachi abbiamo deciso di prepararci per una maratona, più precisamente quella di Milano 2021. Sì, lo so, le sfide tra maschi generalmente sono accettabili solo verso i 14 anni e in genere prevedono l’uso del righello, ma qui stiamo parlando di due pseudointellettuali quarantenni con un rapporto del tutto personale con la realtà. Per cui no righello, sì maratona. 

Sempre per chi si fosse perso l’epilogo, agafan è riuscito a concludere i suoi 42 km esattamente nel tempo prefissato in corso di allenamento, io, a causa di una lesione al menisco mediale, invece, ho dovuto abortire la mission a un mese dall’evento. 

Va da sé che la mia psiche non poteva accettare questo fallimento, per cui, grazie all’aggancio dello youtuber FedeCupp (seguitelo qui) quando ancora ero convalescente dall’infortunio ho potuto portarmi a casa un pass per la Maratona di Parigi in programma il 17 ottobre. Gli obiettivi erano semplici: guarire il prima possibile, prepararsi per la gara e provare almeno a eguagliare il risultato centrato dal mio sodale, vale a dire percorrere i 42 km con un passo di 6’ al km (in realtà 5.59, ci tiene a sottolineare). Ma cerchiamo di dare un senso a questi mesi:

Fase 1 – La guarigione

La lesione al menisco, rilevata i primi di aprile, ci ha messo un po’ ad andare a posto. Il medico a suo tempo parlò di qualche mese di stop, io ho resettato gli allenamenti da runner  fino a fine giugno, sostituendoli con dei non meglio precisati esercizi homemade in un parchetto comunale. Se fossi completamente privo di pudore potrei definirla calistenia, la realtà è che facevo qualche trazione a cazzo di cane. La routine era semplice: in pratica le prime volte percorrevo camminando il tragitto da casa al parco e viceversa, poi ho iniziato con qualche corsetta blanda e infine, verso la metà di giugno, allungavo di qualche km il tragitto per testare la resistenza e soprattutto la mancanza del dolore.

Fase 2 – La ripresa degli allenamenti

Verso la fine di giugno ho sciolto le riserve e imbastito una versione light del programma di allenamento che aveva portato agafan al successo e me, se non ci si fosse stato l’infortunio, all’ipotesi di una maratona in 3 ore 40 minuti. In pratica per tutta la seconda metà di giugno mi sono limitato a qualche corsetta entro il range di 10 km, mentre a luglio ho iniziato a piazzare dentro anche qualche lavoro di qualità, come ripetute e allenamenti sul passo. Tutto bene, zero dolori, l’unica pecca è stata quella di tenere volutamente basso il chilometraggio, in totale una 70ina di km a giugno e circa 115 a luglio (lo so, in ottica maratona sono il nulla). 

Fase 3 – Intermezzo agostano

Beh, per descrivere questo agosto, mi basta semplicemente snocciolare qualche numero:

  • km percorsi: 67 (di cui 18 dall’1 al 23)
  • Peso raggiunto 80 kg (+6 da luglio, +13 dal giorno dell’infortunio)
  • Quantità di birra bevuta: incalcolabile

Fase 4 – Il dramma settembrino

Avvicinandosi la data della gara, mi sono reso conto che non potevo più preservarmi: dovevo assolutamente mettere su km, e per farlo dovevo forzare la mano. In pratica ho preso la fase culminante di allenamento per la maratona è l’ho concentrata tutta in settembre e nella prima settimana di ottobre. Quindi, dai 67 km di agosto sono passato ai 230 di settembre fino ai circa 50 di scarico nei giorni di ottobre precedenti la maratona. Una tour de force normale, se avessi avuto alle spalle dei mesi di allenamento graduale, una mezza follia nel mio caso, ma a quel punto non potevo fare altrimenti. Va da sé che questo sforzo l’ho pagato in ogni maniera possibile, dal mal di schiena perenne a dei dolori non meglio precisati tra cervicale e spalle.

Fase 5 – La gara

Alla gara, dunque, ci sono arrivato con parecchie incognite e decisamente poca convinzione. Un po’ perché sapevo di essermi allenato male, un po’ perché a casa la mia compagna, ormai al nono mese, minacciava di partorire da un momento all’altro a causa della perdita del tappo mucoso (che sì, definito così fa sorridere, ma non potete immaginare la paura quando una sera, di punto in bianco s’è stappata). Per farla breve confesso che sono sbarcato a Parigi  quasi controvoglia, stretto tra la morsa di morire al 10 km e l’incubo di lasciare sola la mia donna e non vedere nascere mio figlio. Per placare l’ansia, quest’ultima evenienza ho provato a rattopparla così: invece dei 4 giorni di trasferta previsti (da sabato a martedì), ho concentrato il viaggio in sole 30 ore (da sabato mattina, giorno necessario per ritirare il pettorale con rientro la domenica subito dopo la gara), il tutto spendendo una cifra immonda per una serie biglietti aerei verso Milano piazzati scientificamente nel bel mezzo del mio soggiorno (anche durante la gara), giusto per essere pronto a tutto in caso di chiamata per eventuali contrazioni/rottura acque/parti casalinghi.

Finite le premesse -che non vogliono essere una giustificazione ma un quadro tanto tragicomico quanto veritiero del mio stato psicofisico- veniamo alla gara, anzi partiamo subito dal risultato: ho chiuso la maratona di Parigi in 4 ore e 31 minuti, con un passo di 6,26 minuti al km. 

Una débâcle, inutile girarci intorno. 

La genesi di questo risultato è dovuta a una serie di cause, la prima è che al 23esimo km il menisco ha pensato bene di tornare a farsi sentire. In pratica a ogni passo sentivo cedere la gamba, con un dolore che partiva dal ginocchio fino alla pianta del piede. Cosa che mi ha obbligato a passare praticamente tutta la seconda metà di gara a inframezzare pause a corsetta blanda per cercare quantomeno di portarla a casa. La seconda, che poi forse è causa della prima, è che sono caduto nel tranello della competizione correndo i primi 20 km a un passo che non era il mio. O meglio, a un passo che qualche mese fa per me era un semplice lento (5.35/5.40) e che ad oggi, invece, rappresenta una vetta impossibile da mantenere per troppi km. 

Per cui, anche se il menisco fosse restato al suo posto, con circa 8 kg in più sul peso forma e pochi km in saccoccia, al 30esimo sarei comunque saltato. La maratona, del resto, è pura matematica. 

Fase 6 – Conclusioni

Deluso? Nì, perché se è vero che ho preparato la gara a cazzo di cane e soprattutto ho fatto tutto il contrario di quello che per mesi ho cercato di inculcare al mio atleta agafan, c’è la soddisfazione di esserci arrivato, di aver portato a casa una distanza mitica e per di più su un palcoscenico bellissimo: Parigi non c’è bisogno che sia io a raccontarvela e il tracciato consentiva davvero di godere di tutte le bellezze della città. Ma la verità è che il più bel tesoro di questa gara risiedeva non nei monumenti sparsi a pioggia lungo il percorso, ma in tutta la gente presente che ad ogni km ti incitava quasi fossi un keniota. Credo di avere portato a casa tanti di quei “bravò” che se lo venisse a sapere la mia prof. di francese, dal fastidio, potrebbe cambiare cittadinanza. Ho battuto il cinque a centinaia di persone e ho risposto a tutti con un’espressione sincera: fiera prima, distrutta ma felice verso la fine. È stato bello ammirare tanti corridori diversi, dal mega preparato attrezzato come robocop, allo scappato di casa che prima lo vedi salutare, scattare e far casino, e poi lo trovi a vomitare in un angolo del lungo Senna. Bello vedere le coppie, quelle che si salutano alla partenza per poi ritrovarsi all’arrivo, e quelle che corrono affiancate per tutta la gara, con lui (o lei) a tenere la mano e sospingere quella (o quello) che non ce la fa più. Mi si è stampato nel cuore il cartello dei 40km, la cosa più dolce di tutta la gara. Mi sono portato a casa la bellezza della competizione quando stai bene, dove tutto gira per il verso giusto e  non ti sembra nemmeno di fare fatica, ma soprattutto mi si è scolpita dentro la parte dolorosa, quella che ti obbliga a capire veramente di che pasta sei fatto. 

Per parafrasare un Vecchioni a caso: a ogni spillo che si conficcava nel mio ginocchio destro, il dolore non è bastato a farmi dire basta. E di questo, ne vado parecchio fiero.

Note finali:

  • Ho deciso di dedicare la foto al mio erede che per fortuna, condividendo il mio sangue, se l’è presa comoda
  • Complimenti vivissimi a FedeCupp il quale, senza allenamento specifico, ha finito la maratona. Beata gioventù




 






Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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