Milano-City-Marathon-2021-#1-–-Dal-letame-nascono-i-fior

Milano City Marathon 2021 #1 – Dal letame nascono i fior

Sotto la Stramilano niente

Nel 2017 appesi le scarpe al chiodo dopo la Stramilano (qui il diario di quell’esperienza) e dichiarai che mai più sarei sceso in strada. Ero sincero, molto più di quanto voi siate con voi stessi, voi che mi giudicate per una promessa infranta, come se manteneste sempre le vostre promesse, come se i vostri giuramenti non fossero carta da culo per i vostri cari che hanno sperimentato oltremodo la vostra inaffidabilità, solo non ve lo sbattono in faccia come state facendo voi con me.

O forse, ancora peggio, fate parte di quel gruppuscolo di esseri disumani che non fanno promesse, non declamano giuramenti, perché nella vita non si può mai dire come vanno le cose, abiurando ogni entusiasmo dell’attimo e infilandovi la reputazione preventivamente nel culo prima di perderla per strada, ad uno qualsiasi di quegli incroci in cui guardate così tante volte in entrambe le direzioni da non attraversarlo mai. Gne gne gne non si giura, non bisogna fare promesse che non si mantengono, stiamo tutti fermi sulle nostre posizioni così non facciamo figure di merda e stiamo a guardarci mentre i nostri cadaveri viventi scorrono sul fiume dove non ci saranno nemmeno nemici ad attenderli perché non saremo stati in grado di crearcene.

Vabbè, alla faccia vostra, nonostante la pochezza delle vostre argomentazioni, vi dico che ero sincero, infatti non ho corso nemmeno un metro da allora. Ma poi è arrivata una sfida stimolante, l’unica che potesse spingermi a rimettermi per strada: la maratona. Tutti mi hanno detto di provare con i ventuno chilometri, che uno fermo da tre anni (e che prima di quei sei mesi di preparazione era fermo da… praticamente sempre) dovrebbe procedere per gradi. Ah il buon vecchio buon senso, quante volte mi ha annoiato i momenti, quante altre mi avrebbe evitato di impantanarmi. Però i ventuno: così logici, così convenzionali, così insulsi. Il consiglio giusto sarebbe quello di tentare i ventuno dopo quei dieci così incerti, ma i consigli li ho sempre cercati per eluderli, cosa volete che vi dica, la mia morte sarà d’elusione.

Epifania di un Epifanio

Ma lasciate che vi racconti in poche righe come siamo arrivati a questo. Galeotta fu una partita a tennis, un doppio in cui io e Furio (il padre di Massimo) abbiamo sfidato Massimo e l’ex sindaco del paese (come fossimo vecchie glorie a Monte Carlo). L’esito era scontato, la classe, l’estro, il genio tennistico mio e di Furio non ha dato scampo a quei vogatori della racchetta che avevamo contro. Un’istantanea per tutte: Furio smorza con destrezza cristallina, Massimo rincorre con l’ardore dell’erede che vuole affermarsi agli occhi del mondo e a sua volta smorza cercando di cogliere in castagna il più anziano di famiglia, naturalmente smorza come se un pittore dipingesse con la vanga, Furio si esprime in un piccolo scatto stanco ma ricco di dignità e infila un pallonetto che Massimo guarda esausto mentalmente quanto fisicamente. Massimo si gira con frustrazione e delusione dipinti sul volto, Furio si apre in un sorriso beffardo, il ghigno di chi ancora non è pronto a passare il testimone, lo sguardo di chi sa prendere per il culo senza bisogno di parole. Grazie Furio, è stato un onore sconfiggere Junior fianco a fianco, disegnando tennis paradisiaco per i poveri di tecnica, in una bolgia di umiliazioni da cui sono ancora assordati.

Dal punto di vista fisico invece è successo quanto segue, in rigoroso ordine cronologico: dopo un game ho chiesto parere medico ai partecipanti non sapendo se catalogare quello della coscia sinistra come strappo o crampo; dopo tre game già mi abbeveravo alla fontana pubblica (naturalmente avevamo dimenticato di portarci l’acqua) come una bestia da soma che ha percorso chilometri nel deserto; dopo cinque game mi stavo già cagando sotto, intendo letteralmente, stavo per farmela addosso. Tanto è vero che il ritorno a casa è coinciso con corsa (cioè, quello che per il mio fisico era corsa ma per gli spettatori un vergognoso trascinarsi) verso il bagno con smutandamento appena varcata la soglia del cesso, nell’incertezza di riuscire a percorrere quei pochi passi che mi separavano dalla latrina senza disperdere le feci. Mentre evacuavo in modo immondo, cercavo di capire se quella nausea si sarebbe tramutata in vomito o avrei potuto superare la cosa con un filo di dignità, sempre che me ne fosse rimasta.

E proprio in quel momento di sofferenza pura ho avuto l’epifania, anche se a Massimo ho comunicato l’idea la sera dopo, perché in un primo momento è parsa una stronzata persino a me: facciamo la maratona. Non so spiegarvi il meccanismo diabolico scattato nella mia testa, però so dirvi che avevo la certezza che quel fulminato di Massimo avrebbe accettato senza esitazioni. Forse è vero che dal letame nascono i fior.

Sicuramente fallirò, ma lo farò in gran stile, come solo un’occlusione mentale può farmi credere.

Su Agafan

Agafan
Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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