Gli elisir del diavolo - Ernst T. A. Hoffmann

Gli elisir del diavolo – Ernst T. A. Hoffmann

Gli elisir del diavolo di Ernst T. A. Hoffmann è un romanzo ricco di ingredienti, in grado di vagare, attraverso una storia intricata, tra inquietudine e ironia, arte e filosofia, sogno e realtà, follia e ragione, bene e male, in un flusso narrativo accattivante. Da gustare nella preziosa edizione de L’orma.

Gli elisir del diavolo di Ernst T. A. Hoffmann

Per leggere con un minimo di senno un romanzo scritto nel 1815 serve un’edizione ben curata. Non è fondamentale nella misura in cui un romanzo può sempre essere letto senza filtri, ma procacciarsi coordinate che ci sappiano orientare in un’epoca così distante è auspicabile. L’orma editore ha fatto il suo, proponendo un’edizione attenta, finemente curata e tradotta da Luca Crescenzi.

Quindi, per una comprensione di questo testo affascinante non posso che rimandare alla lettura guidata. Giusto per invogliare su due piedi: si tratta di un romanzo fortemente imperniato sul contrasto tra le diverse identità presenti nell’uomo, ognuna declinata in modo carnevalesco.

Da parte mia provo solo a raccontare un’esperienza di lettura che consiglio vivamente. Si tratta di un romanzo ricco di ingredienti, in grado di vagare, attraverso una storia intricata, tra inquietudine e ironia, arte e filosofia, sogno e realtà, follia e ragione, bene e male, in un flusso narrativo accattivante.

Così seguiamo le vicende di frate Medardus, narrate sotto forma di diario, che, bevuto l’elisir del diavolo, smarrisce la strada maestra per intraprendere crimini e seguire il desiderio carnale.

Uno, due, più Medardus

Un dolce tepore mi pervase. Poi avvertii un curioso fermento, un formicolio in tutte le vene; questa sensazione diventò un’idea, ma il mio io era diviso in cento parti. Ciascuna aveva, nel suo affaccendarsi, una propria coscienza della vita, e la testa inviava invano ordini alle membra che, come vassalli infedeli, non intendevano riunirsi sotto il suo comando.

Il frazionamento dell’io viene portato in scena dalle avventure di Medardus, concretizzando sulla scena una lotta che l’uomo vive dentro di sé. Il frate non solo incontra fisicamente il proprio doppio, ma agisce nel mondo vestendo i panni di diverse personalità. Il gioco di Hoffmann moltiplica l’io del protagonista in un vortice irrefrenabile che cattura sia il lettore che Medardus, in una lotta costante che vede alti e bassi senza sosta, con una sovrapposizione tra sogno e realtà che disegna un caleidoscopio da vertigine.

Vi sono, tra gli altri, due elementi che rendono queste battaglie interessanti. Il primo è il seme delle personalità che alberga in Medardus fin da giovane e viene solo potenziato dall’elisir del diavolo. Il diavolo non inventa tentazioni dal nulla, bensì titilla lati dell’io che già vivono nei meandri dell’animo. E non si tratta di bene e male come dicotomia secca, perché le personalità nascoste sono diverse, sottolineate dalle varie identità proposte da Medardus al mondo, e danno vita ad una lotta per il predominio dell’io. Una lotta che si risolve solo nelle ultime pagine, che vede battaglie continue e un’alternanza di successi.

Il secondo è il ruolo del destino. Se da un lato la strada maestra di Medardus si scopre tracciata da colpe ataviche, dall’altro la lotta interiore coinvolge il protagonista in prima persona e gli alibi, che si tratti dell’elisir o del destino tracciato o del doppio, sembrano più che altro meccanismi letterari. Il protagonista vive uno scontro di personalità che gli appartengono, albergano in lui e sgomitano aizzate dalle circostanze.

Follia

Alla fine Medardus torna nell’alveare, sotto l’ala protettrice di Dio. Se penso ad una vittoria della personalità più socialmente accettata molto probabilmente pecco di una lettura col senno di poi. In realtà il ruolo della follia all’interno delle nostre vite ha un rappresentante d’accezione in Belcampo: barbiere, filosofo, buffone. Una figura che accompagna il frate lungo tutto il libro, salvandolo più di una volta.

Senza dimenticare l’ironia che percorre tutto il libro. Pur creando in molti punti un’atmosfera inquietante (personalmente in lettura notturna mi sono guardato alle spalle), il gioco che muove le fila è a carte scoperte.

Un libro che ha conservato negli anni una capacità suggestiva notevole messa al servizio di riflessioni più contemporanee che mai.

Ernst T. A. Hoffmann – Gli elisir del diavoloL’orma editore
Traduzione: Luca Crescenzi

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agafan sta per fan di Aga, cioè di Agnieszka Radwańska, tennista polacca. Radwańska è stata una perdente di lusso a causa della mancanza cronica di potenza nei suoi colpi. Ma ha compensato con altre caratteristiche, ha aggirato l’ostacolo con la classe e la sagacia tennistica, fornendo uno spettacolo unico. Mi piacerebbe affermare che le caratteristiche di Aga sono le mie nella vita, o che sono quelle a cui mi ispiro. Purtroppo né l’una né l’altra (nemmeno sul campo da tennis), mi limito semplicemente ad ammirarle. Non basta?

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