Faccio outing, lo ammetto. Ebbene sì: non ho mai amato particolarmente Sorrentino. Niente da dire sulle sue doti da regista, uno sguardo attento al limite del maniacale il suo, un occhio sensibile, una mano raffinata alla conduzione della macchina da presa.
Eppure molti dei suoi film erano carenti in qualcosa, mi sono spesso sembrati puri sforzi di regia, quasi prove di maestria ed abilità tecnica. Ho visto, in ritardo rispetto al “resto del mondo”, il suo ultimo lavoro, Youth, e mi sono dovuta ricredere. Avevo già sentito pareri di tutti – amici, parenti, ex compagni del corso di sceneggiatura – parlarmi bene anzi ottimamente di questo film. Ma una vocina dentro di me diceva “saranno i soliti, quelli che amano Sorrentino proprio per questa sua regia raffinata e colta. Mi piacerà la tecnica, apprezzerò le inquadrature magistrali e lo sguardo che coglie quelle sottili sfumature. Oppure mi piacerà perché rispetto alla media della regia italiana… Eppure…” Eppure no. Eppure mi sono dovuta ricredere.
Quest’ultimo Sorrentino mi è piaciuto. E anche parecchio. Non mi dilungherò sulla trama, vi basti sapere che il film parla di giovinezza e di vecchiaia, dei tempi della vita umana, così opposti e contrastanti, così ineluttabili e inevitabili come il tempo che passa e che lentamente ci avvicina alla fine dei nostri giorni. Ma questo ultimo lavoro del regista romano – già vincitore dell’Oscar come miglior pellicola straniera con La grande bellezza – ha qualcosa che mancava in molti dei suoi film precedenti, se non in tutti. Ha un’anima, ha un cuore che pulsa, un’emozione che vive e che si percepisce in ogni scena, in ogni passaggio nei suoi 118 minuti di svolgimento.
Un film denso, molto pieno e ricco di tanti aspetti di uno stesso tema – peraltro molto interessante e piuttosto insolito per la settima arte, fatta eccezione per quel Amour di Michael Haneke vincitore di un Oscar come miglior film straniero e del Festival di Cannes nel 2012.
Ogni scena è ricca di significato, ogni scena ha motivo di esserci e di essere proprio lì, in quel momento, al servizio della trama e della storia che ci vuole raccontare. E sì che proprio dalla prima inquadratura mi stava partendo l’embolo e già pensavo al solito suo film tutto macchina a mano, piano sequenza e poca storia, poca ciccia (non me ne vogliate ma La grande bellezza io lo vedo così: un ottimo affresco di una parte d’Italia. Un bellissimo spot di Roma, un racconto dal di dentro della cricca romana, dell’élite del cinema e della tv, girato senza una minima sbavatura e confezionato in modo sublime, con uno sguardo ironico e distaccato. Ma nulla più, lasciatemelo dire… anche se mi sono ripromessa di rivederlo e pronta a cambiare opinione se necessario. Ovviamente, in caso, ve lo farò sapere!).
Ma dicevamo: ogni scena ha un suo perché, in questo svolgimento della trama che ci porta in una spa esclusiva nel cuore della Svizzera, persa in mezzo ai monti, abitata da vip di varia natura e genere. Tutti concentrati sulla vacanza e su una remise en forme che poi non è tanto un allenamento del corpo, quanto un training dell’anima, in un momento di pausa e di dialogo con se stessi prima ancora che con gli altri.
Tanti i temi trattati: la vecchiaia contrapposta alla giovinezza, il corpo che cambia, ma anche la mente, il cuore che invecchia, le emozioni che si sbiadiscono in un protagonista (interpretato divinamente da Micheal Kane) che dichiara apertamente la sua apatia. I ricordi passati, ormai così lontani che si confondono e si perdono nel dialogo tra i due anziani protagonisti inframezzato dal bollettino quotidiano sulle minzioni (ah, i problemi della prostata…)
C’è il tema del rapporto padre-figlia, fatto di silenzi, di gesti non compresi, di richieste mai viste e di presenza anche nell’apparente vuoto, anche nell’assenza. C’è l’uomo e l’artista, la dignità e il lato sublime che c’è in ognuno di noi, che si tratti del talento di un regista, di un compositore, di un attore o un calciatore, o persino di una massaggiatrice. L’estetista si approccia alle emozioni attraverso le mani, come fa il compositore attraverso l’orecchio e la musica: non c’è un alto o un basso, un sublime e un volgare. C’è un cuore che pulsa, un’emozione che vive e un individuo che la sa cogliere. Il desiderio come motore di tutto, come ciò che ci rende vivi, anche in vecchiaia, o anche negli atti più atroci.
Anche in questo film, come nel suo precedente, gli artisti sono su un piedistallo, hanno una posizione privilegiata, ma forse è solo un cuore più aperto, un occhio più attento, pronto a cogliere sfumature che talvolta “l’uomo semplice”, l’idiota per dirlo alla maniera di Dostoevskij, non sa percepire o forse semplicemente non sa trasmettere. Compito dell’artista è questo, proprio come una traccia dei temi di quest’anno alla maturità faceva notare.
Non posso fare a meno delle parole dei poeti, dei racconti dei romanzieri. Mi consentono di esprimere i sentimenti che provo, di mettere ordine nel fiume degli avvenimenti insignificanti che costituiscono la mia vita. (Tzvetan Todorov)
O forse Sorrentino mi ha ingannato, nella scena in cui il regista interpretato da Harvey Keitel parla della sua futura morte come la fine di un qualsiasi individuo, parimenti importante all’esistenza di un altro essere umano o addirittura di un animale o di un vegetale in questo scorrere della vita, in questo allontanarsi dalla giovinezza in cui noi siamo solo comparse. Forse mi ha fregato, nel suo abbassarsi al nostro livello di “comuni mortali” facendomi credere che lui – Sorrentino – ci crede davvero di essere “uno di noi” quando invece mi è sempre sembrato che i suoi film volessero sottolineare il contrario. Forse mi ha commosso, mi ha emozionato e quindi mi ha incastrato, proprio attraverso l’emozione e la sua arte, la sua regia che vuole coniugare la profondità con la leggerezza e che mi è parsa finalmente al servizio della storia. E se ha fregato una persona che partiva prevenuta… tanto di cappello, significa che la sua mano e la sua penna sono davvero così raffinate e sublimi come mi hanno sempre detto.