Recensione – Montage of Heck, uno sguardo poco risolutivo ma comunque intenso sulla vita di uno dei più grandi di sempre

Partiamo da un presupposto fondamentale: in Montage of Heck di Brett Morgen non c’è nulla di più di quello che si sapeva già sulla figura di Kurt Cobain. I diari, gli appunti, i disegni che la figlia Frances Bean (la committente, in pratica) ha permesso al regista di visionare e utilizzare non aggiungono molto ai perché di una vita condotta in costante precarietà, dominata dal rifiuto, segnata da una sensibilità fuori dal comune, perennemente divisa tra la voglia di emergere e la paura di riuscirci davvero.

Però, se amate i Nirvana, Montage of Heck è un documentario che va visto, perché è fatto bene e perché pone l’accento (almeno per buona metà) sul Cobain privato, sulla sua infanzia e sui perché di una maturazione così fragile e compromessa.  Due ore di filmati privati, riprese familiari, interviste, appunti, disegni che in qualche modo ci permettono di entrare un pochino di più nelle origini della leggenda di Kurt Cobain. È affascinante leggere le sue pagine, dove in mezzo a frasi sconnesse e deliri, trovi l’elenco spese della giornata, oppure il lavoro da fare con la band, come il ricordarsi di inviare le demo o di comprare le bacchette di Dave. In certi momenti, queste intromissioni nel suo mondo privato, che il regista ci vuole far credere illimitate, sembrano aprire uno squarcio profondo sulla vita di Cobain, sembrano riuscire a svelare delle verità che nessuno aveva visto mai prima d’ora. Eppure, la complessità del personaggio non consente a Morgen di essere “endoscopico” quanto vorrebbe (e ci prova, fidatevi, persino filmando un intestino che si muove e che dovrebbe rappresentare i cronici dolori di stomaco di cui soffriva Cobain), c’è sempre la sensazione che non tutto può essere raccontato (o capito), che gli incubi e i pensieri più intimi siano ben celati nel cuore di chi non c’è più. Con questo, però, non voglio dire che Morgen abbia toppato.

Ho trovato toccanti, ad esempio, le interviste: se si escludono la Love (al solito ingombrante), Novoselic (timido) e l’assenza (rumorosa) di Grohl, le parole dei familiari sono drammaticamente incisive. A partire dai genitori fino ad arrivare alla matrigna (anzi, a quella stronza della matrigna), si riesce a infilare le mani, e credo che in questo Morgen abbia fatto un ottimo lavoro, nella melmosa devianza affettiva di chi ha circondato Cobain da piccolo. Persone che, incapaci di comprendere, hanno preferito in sostanza lavarsene le mani, bollando la diversità di Cobain come un qualcosa che inevitabilmente lo avrebbe portato a essere rifiutato da tutti prima, e spararsi una fucilata in faccia poi. Sentirli parlare, sentire quei pensieri asettici posti davanti a una sensibilità e un talento simile è un colpo al cuore, perché ti accorgi fin troppo bene di quanto Cobain abbia dovuto dilaniarsi, soffrire, autodistruggersi per poter provare a risolversi. Per me Cobain è questo: bisogno di emergere (e quindi di piacere) che si scontra con la paura di riuscirci davvero (e temere di essere fraintesi), un germe alimentato sì da una sensibilità fuori dal comune, ma fertilizzato in maniera ineluttabile dalle vagonate di merda vissuta da ragazzo. Chiudo il capitolo interviste con quella, parecchio interessante, della fidanzata storica di Cobain. Anche lei per certi versi puritana (al punto da negare l’esistenza dei problemi di Cobain con l’eroina), eppure onesta, amorevole e inconsapevole chioccia che lo ha mantenuto economicamente per qualche anno durante i quali lei lavorava mentre lui stava in casa a bucarsi, scrivere, dipingere, comporre, assemblare suoni (il montage of heck, appunto) e in sostanza a porre le basi di quello che sarà l’universo artistico dei Nirvana. A livello di regia, poi, ho trovato efficacissime le animazioni dai colori spenti che raccontavano passaggi della gioventù Cobain, accompagnate da brani di interviste del cantante in cui, con la sua voce, racconta i vari aneddoti: un modo efficace di dare colori e suoni ai drammi vissuti in tenera età dal leader dei Nirvana.

Ovvio, poi, che in due ore di film  non tutto è così  di livello o così originale e, dato che ho anticipato che alcune cose non mi  sono piaciute, arriviamo alle “mie” note dolenti: la scelta dei brani, ad esempio, è semplicemente funzionale al film e non ha colpi di coda particolari, per cui troviamo pezzi come Territorial Pissing all’inizio, perfetti per darci la carica e la scontatissima (quanto stupenda, ci mancherebbe) Smell Like Teen Spirit alla fine, con particolare enfasi (via la musica, solo voce) sull’urlatissimo “a denial”. Tutto come da copione, nessuna variazione illuminante. Non ho apprezzato ad esempio il fatto che su due ore di documentario praticamente la metà è dedicata al rapporto tra i media e la coppia Love/Cobain quando invece, forse, sarebbe stato meglio addentrarsi nelle dinamiche della band, sul rapporto tra Kurt e Novoselic e Grohl. E parlando di un documentario, infine, alle volte si ha la sensazione che Morgen, non riuscendo in fin dei conti a scovare una verità nuova, provi in tutte le maniere di imporre la sua di visione (o quella di Frances Bean, chissà), alle volte in maniera tanto marcata da sconfinare quella sottile linea che divide il documento dall’interpretazione puramente personale. La sensazione, in sostanza, è che Morgen abbia provato a ingabbiare ciò che non può essere ingabbiato, cioè la complessità dell’anima di Cobain, e questo per certi versi ha reso Montage of Heck un ottimo lavoro ma non certo qualcosa di definitivo. Finiscono le due ore e l’impressione che ti rimane addosso è che alla fine, tolte le parole, il senso più vero delle vicende di Cobain si troverà sempre e solo nella musica dei Nirvana e nel cuore dolce del suo leader. Del resto una delle frasi che più mi ha colpito, estrapolata proprio dagli appunti di Cobain ripresi da Morgen, dice proprio questo: “Non serve parlare, ho già cantato.” Dio quanto è vero.

Qui sotto il link al film e, affianco, a costo di risultare banale, ecco il link a quello che viene definito uno dei più bei live di sempre.

Valutazioni emotive

Felicità - 19%
Tristezza - 95%
Appagamento - 80%
Profondità - 97%
Indice metatemporale - 95%

77%

User Rating: 4.65 ( 1 votes)

Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.