La grande scommessa: un film che piace, anche se non ci capisci niente di banche

Tanto è inutile che scriva domattina. Tanto di quelle cose lì, di banche, investimenti, obbligazioni, mutui a tassi variabili, CDO e hedge fund… non ci ho capito molto e dubito ne saprò molto di più domani, a mente fresca, lucida e riposata.

Tanto vale scrivere ora, nonostante siano le 2 di notte di un venerdì sera (o meglio dire sabato mattina), sull’onda dell’emozione e di ciò che so e che ho capito de La grande scommessa, film di Adam McKay in questi giorni al cinema.

Multisala di provincia, di quelli enormi, che non sopporto ma che, ahimè, talvolta mi trovo a frequentare (mio malgrado o più semplicemente per necessità). Film che inizia con la canonica mezz’ora di convenzionale ritardo, ma che parte con un insolito fuoriprogramma. La mezz’ora della pubblicità ce la spariamo fuori della sala, senza alcun carosello sullo schermo: un’amena signora ha avuto la malaugurata avventura di stare male al cinema, durante la proiezione precedente. Tutto vero, non stiamo per vedere The Truman Show. Lo spettacolo dentro lo spettacolo. E così alle 23.10 il film incomincia a svolgersi questa volta per davvero, sul megaschermo.

La grande scommessa racconta della bolla immobiliare – e conseguente crisi del sistema bancario americano – del 2008 che ha poi portato al crollo di Wall Street e al fallimento, tra le altre, della Lehman Brothers. Protagonisti: un manipolo di furbetti che decisero, anzitempo, di scommettere contro la solidità del sistema dei mutui, sostanzialmente contro il sistema economico statunitense e quindi, possiamo dire, contro il sogno americano. Un tema tecnico, un argomento spinoso e difficile, anti-americano (scusate se è poco, abituati come siamo ai tanti polpettoni infarciti di patriottismo oltreoceano), ma soprattutto anti-filmico. Forse è proprio questa la grande scommessa del titolo (quello originale, The big short, letteralmente significa il grande scoperto). Scommessa a mio avviso vinta a mani basse. L’ho dichiarato all’inizio: di banche, finanza e argomenti affini non ci capisco un granché. E finito il film la mia ignoranza non è stata colmata in alcun modo. E quindi: perché mi è piaciuto, perché sono uscita dalla sala esaltata, perché non mi ha annoiato, nonostante fosse l’1 di notte e si parlasse di banche?

Viene in mente subito il paragone con il recente The wolf of Wall Street, di Scorsese. Là la finanza era condita con sesso, droga e rock’n’roll (lo inserisco di default nel trittico, anche se non ho memoria di una colonna sonora particolarmente “spinta”). Qui nulla di tutto ciò: droga, neanche per sbaglio. L’unica scena di nudo ha per protagonista una spogliarellista che parla del mutuo sulla sua casa (non sto scherzando!). E quanto al rock and roll… sì forse quello ci sta, con un soundtrack che è un ingrediente dosato con maestria e gusto, un elemento che come altri della pellicola tratteggia un’epoca (siamo solo tra il 2007 e il 2008 eppure a vedere il primo iphone che fa la sua comparsa sembra un’era lontana nel tempo).

Un film corale questo, non incentrato su un unico protagonista (come era quello di Scorsese con la superba interpretazione di Di Caprio), corale nei personaggi e nel cast (tra gli altri, tanto per citare qualche nome proprio da poco, Brad Pitt, Ryan Gosling, Christian Bale e Steve Carrell). Ma le vicende personali dei protagonisti vengono raccontate di sfuggita, ai margini (anche se mai nulla è superficiale nelle pellicole hollywoodiane, bravi come solo loro sanno essere a definire dei caratteri con due righe in sceneggiatura, rese poi magistralmente nell’interpretazione da un sopracciglio alzato o un sorriso beffardo).

Il film è tecnico, non ti distrae con una storia d’amore, non condisce l’argomento usando termini più semplici. Non aiuta nemmeno il ritmo incalzante e serrato a farti capire di cosa stiamo parlando. Forse lo fa apposta, stordendoti di chiacchiere e di pathos e distraendoti dal gioco (in borsa) le cui regole fatichi a capire.

Le scelte registiche sono tutte perfette e a loro modo geniali (il regista è noto per aver girato soprattutto film comici e demenziali, con la collaborazione di Will Ferrell): riprese sporche e tanta macchina a mano, sguardi in camera e ammiccanti verso lo spettatore e autoironici intermezzi in cui la finanza è spiegata da uno chef stellato che prepara una zuppa di pesce, un’attrice sexy in una vasca da bagno piena di bolle e da Selena Gomez mentre gioca al tavolo del black jack. Eppure nemmeno quelle spiegazioni servono a molto.

Allora che cosa avvince, che cosa funziona? Sceneggiatura, regia, interpretazione, colonna sonora… vi ho raccontato qualche elemento, e potrei elencarne ancora tanti altri, ma il vero motivo si riassume in poche parole ed è la magia del cinema americano. Che ti avvince, ti coinvolge, ti ammalia e ti stupisce… e tu quasi non ti rendi conto di come lo fa e perché.

PS il film me lo riguarderò con calma in dvd, a casa. Il dito pronto sul tasto pausa e il commento a margine di mio fratello. Lui, della famiglia, è quello che di numeri e finanza un poco ne capisce. Per mia fortuna anche più di un poco.

Valutazioni emotive

Felicità – 100%

Tristezza – 86%

Profondità – 96%

Appagamento – 100%

Indice Metatemporale – 100%

Voto - 90%

90%

User Rating: Be the first one !

Su Elisa

Avatar
Se si può dire di una cosa non facile nella mia vita è il rapporto con la scrittura… beh, ripensandoci, non è proprio l’unica cosa non facile. Ma d’altronde, se no, che noia sarebbe? A complicare il tutto, da buon Pesci, la costanza non è la mia dote migliore quindi su questo blog mi vedrete e non mi vedrete. Non sono parente di Houdini né tantomeno del divino Otelma, ma solo una giovane donna con la passione del cinema (odio quando mi danno della signora. Per galateo, dicono…). Sembro seria, ma non lo sono. E come potrei esserlo dopo aver scritto una tesi di laurea su Sex and the city?!?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.