Film da vedere – Guardate Pride, non è un fatto di integrazione, ma di futuro

Una deliziosa commedia inglese che parla di comprensione, di uguaglianza, di libertà, ma soprattutto di coraggio, di voglia di vivere e di futuro. Pride sprigiona una carica vitale che si respira dalla prima all’ultima scena e che usa sapientemente il tema dell’integrazione per spronarci a vivere al meglio delle nostre possibilità  

Una piccola comunità di gay e lesbiche londinesi decide di aiutare i minatori di Onllwyn, piccola cittadina nel sud del Galles, in sciopero prolungato contro la politica economica della Thatcher. E lo fa a suo modo, con coraggio, con allegria e sfrontatezza, riuscendo poco a poco a fare breccia nel cuore e nelle teste degli abitanti del piccolo comune gallese. Questo è lo spunto narrativo, tratto da una storia vera, da cui prende forma Pride, una sorprendente commedia inglese che riesce in due ore a far sorridere, pensare e piangere, il tutto meravigliosamente contestualizzato nei grigi paesaggi britannici (già scoperti con Billy Elliot, Full Monty e Trainspotting). Personalmente ritengo che la pellicola di Matthew Warchus possa definirsi una piccola perla del genere, resa possibile da una sceneggiatura brillante e attori all’altezza tra cui spiccano per bravura il vecchio Bill Nighy, Imelda Staunton e Dominic West (la scena del suo ballo liberatorio è senza dubbio una delle più belle e simboliche del film). Lo considero un piccolo capolavoro perché riesce a portare un insegnamento e una carica vitale rara, talmente forte e ben rappresentata da andare persino al di là del tema portante del film, ossia l’aggregazione, il confronto e la fratellanza tra due comunità agli antipodi. Ad essere pignoli, infatti, il fatto storico in sé viene trattato quasi con leggerezza, dimenticando alcuni punti chiave, sminuendo alcune verità (come il fatto che i minatori persero di brutto e che la fine dello sciopero, in definitiva, rappresentò il collasso del settore secondario inglese) e solo sfiorandone altre, come il tema dell’AIDS. Eppure, e qui io ne vedo la bellezza, Warchus riesce a regalarci molto di più di una rappresentazione di un fatto realmente accaduto, ci racconta il coraggio dei gesti semplici, la meravigliosa sensazione che su questa benedetta terra sarebbe tutto molto più facile se provassimo ad avere un punto di vista liquido, ma soprattutto, ci spiega che il futuro può e deve essere ancora nelle nostre mani.

Io questo film l’ho visto il 31 dicembre alle 18, ossia agli sgoccioli di un anno che definire personalmente cupo è davvero poco. E grazie a Cliff, Hefina, Jonathan, Joe, Mark e tutti gli altri sono uscito dalla sala leggero e con una voglia di vivere e di fare per me inedita, almeno ultimamente.

Questo è un consiglio di cuore, approfittate di queste feste e fatevi un regalo. Saranno due ore di cui non vi dimenticherete. 

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Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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