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Cristiano Ronaldo alla Juve, quando un evento sportivo (o la sua attesa) entra nella leggenda

Per gli juventini (ma anche per certi antijuventini), l’attesa della possibile ufficializzazione di Cristiano Ronaldo sarà un momento che segnerà a fuoco la loro fede (o il loro odio). Ma l’arrivo di Ronaldo non è il solo evento degli ultimi 30 anni che per aspettativa può elevarsi a indimenticabile. Ecco la mia lista.

L’attesa di Cristiano Ronaldo è essa stessa il piacere?

L’arrivo, vero o presunto, di Cristiano Ronaldo alla Juventus ha scatenato in me sentimenti di attesa pari quelli di quei primi appuntamenti in cui, oltre al limonare come idrovore, c’era la possibilità concreta di spingersi un po’ oltre, diciamo sotto la maglietta della malcapitata. Il sì di una stella di prima grandezza, Pallone d’Oro in carica per di più, è qualcosa che non si vedeva da anni nel calcio italiano, dove l’ultimo vero grande acquisto fu quello di Ronaldo (Luis Nazario da Lima). Si tratta di un evento che se si concretizzerà avrà effetti enormi sotto moltissimi aspetti, per questo anche l’attesa di un eventuale arrivo è snervante, proprio come quella di un quindicenne in procinto di toccare la prima tetta: è qualcosa che va al di là del razionale, una corsa a fari spenti nella notte, un desiderio che corre a braccetto con l’ansia, caratterizzato da pensieri che volano liberi, rimbalzando come palline impazzite tra il polo sublime dell’amore eterno e quello, altrettanto magico, del pornazzo griffato Brazzers.

Analizzando la portata di questo fatto sulla psiche di uno juventino moderato come me (mai allo stadio, partite intere viste in un anno poco più di dieci, Gazzetta letta solo per scovare i refusi, odio estremo per fantacalcio e affini), la mia mente ha iniziato a vagare su quali altri eventi sportivi abbiano personalmente toccato la mia sfera emotiva ai livelli anche solo paragonabili a quelli a cui mi ha portato il buon Cristiano. Parlo di eventi perché anche solo l’attesa di Ronaldo è di per sé un evento memorabile, indipendentemente da quello che succederà nel caso arrivasse davvero sia in termini di marketing sia in termini di risultati sportivi. Indi, ecco la mia lista:

La rivincita tra Mike Tyson e Evander Holifield

Tutti sanno chi è Mike Tyson ora, e cioè un grasso nero tatuato in faccia che recita nella parte di se stesso in uno delle più belle commedie demenziali della storia, Una Notte da Leoni. Ma forse i più giovani non sanno chi sia il Mike Tyson pugile, e cioè un autentico fenomeno che verso la metà degli anni 80 cambiò letteralmente i connotati del suo sport, portando sul ring un nuovo modo di concepire la boxe da peso massimo. Tyson, che venne fermato nella sua ascesa all’olimpo solo dalla sua testa di cazzo e la sua incapacità di saper distinguere un sì da un no (fu arrestato per stupro nel 1991 e risalì sul ring quattro anni più tardi), ebbe la possibilità di giocarsi nuovamente il titolo solo verso la fine del 1996, con il campione di allora Evander Holifyeld. Quella serata, denominata The Legendary Night, finì all’undicesima ripresa con un KOT ai danni dell’ex campione, che pagò la lunga inattività e il fisico del campione in carica. Fu un risultato che non accontentò nessuno, tanto che sette mesi dopo venne organizzata l’attesa rivincita. L’incontro doveva essere il banco di prova reale per capire quanto fosse rimasto del Tyson che stupì il mondo negli anni 80. Il terzo round di quell’incontrò sancì la fine sportiva di uno dei pugili più forti e devastanti di sempre.

L’ultimo ritorno di Marco Pantani 

Di Marco Pantani si ricordano principalmente le grandi vittorie del 1998 e prima ancora i suoi recuperi da incidenti e infortuni vari all’inizio della sua carriera. Riprese miracolose che ne alimentarono l’aurea del potenziale mito e allo stesso tempo l’attesa di una sua esplosione definitiva. I più affezionati si ricorderanno senza dubbio la prima volta che quell’ometto con le orecchie da jedi si rivelò al mondo, era il 1994 e Pantani correva per la Carrera che aveva come capitano el Diablo Chiappucci. I suoi scatti sull’Aprica e sul Mortirolo (che gli valsero a sorpresa il secondo posto in generale) furono dei lampi accecanti per chiunque fosse appassionato di ciclismo. Ma se devo citare un momento nella carriera di Pantani ammantato di un’attesa palpabile fu quello che il Pirata disegnò nel 2000, quando dopo un rientro poco convinto al Giro (in cui vinse una tappa con polemica, perché “regalata” da Armstrong) decise di puntare tutto sul Tour provando a dimenticare (e a far dimenticare) il dramma del 1999, la squalifica, l’ematocrito alto e tutto il resto. I Pirenei furono un calvario, ma sulle Alpi Pantani sembrò essere tornato quello di prima. Sul Courchevel andò a vincere staccando Armstrong di 51 secondi (maglia gialla, che si scoprì in seguito dopatissima), una vittoria di puro talento e disperazione, qualcosa di bellissimo e insieme terribile, perché completamente spogliata dell’armatura di invincibilità a cui Pantani ci aveva abituati negli anni passati. Aspettavamo tutti quel momento, tutti gridammo al ritorno del Pirata, invece fu la sua ultima vittoria, forse la più umana, ma anche la più triste.

Valentino Rossi e la sua prima volta in Yamaha

Di momenti di attesa vibrante, Valentino Rossi in oltre 20 anni di carriera ne ha regalati parecchi. Dalle attese per i suoi ultimi giri nei GP in cui correva con Honda, dove letteralmente dominava e dove sapevi che qualcosa di meraviglioso se la sarebbe di sicuro inventata, fino alle tante vittorie in Yamaha, passando per i duelli con Biaggi, Gibernau, Stoner e poi Lorenzo e Marquez. Epperò c’è una gara che più di ogni altra ha reso immortale la leggenda del pilota di Tavullia, parlo della sua prima su Yamaha, nella gara inaugurale della stagione 2004 a Welcome in Sud Africa. L’attesa nei mesi invernali fu tagliente, tutti si chiedevano se Valentino Rossi, sceso dalla sella della moto migliore (cioè la Honda, che dichiarò a suo tempo che nel motociclismo l’unica cosa fondamentale è la moto), sarebbe stato in grado di confermarsi. Se era davvero il pilota più forte o solo un bravo rider “spinto” dalla casa più potente del mondo e dalla casa che gli forniva le gomme, la Michelin (la famosa gommina “speciale” diversa da tutte le altre). Ebbene, la risposta del pilota italiano fu un capolavoro in grado di zittire qualsiasi voce maligna. Quella che andò in scena a Welcome, infatti, fu una gara spettacolare in cui Rossi mise in campo tutto quello che lo aveva reso un grande fino a quel momento: un testa a testa con il nemico di sempre (Biaggi), un ultimo giro da panico con sorpasso decisivo nell’ultimo punto disponibile, e poi il nak-nak, i burnout, la gioia incontenibile e, infine, il colpo di genio: l’immagine passata alla storia di lui seduto sul muro di gomme e la sua M1 affianco. L’attesa, insomma, fu ripagata.

Jury Chechi e la sua ultima insperata olimpiade

Quello tra il Signore degli Anelli e le Olimpiadi fu un rapporto burrascoso, fatto di infortuni e medaglie. Se l’oro di Atlanta nel 1996 però, fu il giusto coronamento di un quinquennio passato a dominare sulle pedane di tutto il mondo. Il bronzo di Atene fu la medaglia in cui nessuno credeva ma in cui tutti, almeno un pochino speravamo. Non solo per l’affetto che scatenava il personaggio, ma proprio per il suo rapporto con i cinque cerchi. Perché il tendine di Achille di Chechi decise di rompersi nel 1992, un mese prima delle Olimpiadi di Barcellona in cui era strafavorito, e decise di rompersi anche poco prima delle Olimpiadi di Sidney nel 2000, vale a dire forse l’ultima occasione per sperare di ripetere il capolavoro di Atlanta. Dopo quella delusione seguì un ritiro che durò fino al 2003. Poi, l’idea pazza: tornare ad allenarsi e provare a raggiungere la pedana di Sidney 2000, la sua ultima olimpiade. La finale che ne seguì fu un capolavoro che gli fece ottenere un bronzo lucente come l’oro, perché quel giorno Chechi vinse contro tutto, contro la sua età, contro i giudici greci che a quelle olimpiadi fecero davvero cagare e, soprattutto contro la sfiga e i suoi fragili tendini d’Achille.

Mondiali di calcio 2006, tra Calciopoli e italianità

Il Mondiale che l’italia vinse nel 2006 fu forse quello più inaspettato e sofferto. La squadra arrivò in Germania reduce dallo scandalo Calciopoli, il calcio italiano stava vivendo uno stravolgimento epocale e i giocatori azzurri si ritrovarono a giocare non solo per cercare di fare del loro meglio, ma anche per provare a far dimenticare quanto successo, per se stessi, ma anche obbligati a cercare un minimo di lustro per una Federazione che almeno per la metà degli italiani era considerata complice dei vari Moggi, Giraudo e Bettega. Il cammino azzurro fu, nonostante qualche balbettio iniziale, una meravigliosa cavalcata resa perfetta da un tabellone compiacente e una grinta che trasformò giocatori e tecnico in un gruppo unito contro tutto e contro tutti.

Di quella spedizione gli eroi assoluti furono Fabio Grosso e Marco Materazzi, personaggi puliti (più o meno) e soprattutto lontani anni luce dagli scandali che coinvolsero la Juventus, che comunque di quell’Italia campione del Mondo costituiva l’ossatura (ma anche dell’altra finalista visto che quel 9 luglio i titolari bianconeri in campo furono otto: Buffon, Cannavaro, Zambrotta, Thuram, Vieira, Camoranesi, Del Piero, Trezeguet). Fu il mondiale di Seven Nation Army trasformata in un coro globale, della vittoria di un gruppo di uomini accerchiati che venne spacciata per il riscatto dei burocrati della FIGC, ma fu anche il mondiale dell’ipocrisia giornalistica, delle quattro giornate a De Rossi, della testata di Zidane che trasformò in un santo un tipino come Materazzi. È stata la vittoria del calcio nostrano, così sporco, eppure così in grado di essere capace di grandi cose. Fu, in definitiva, il mondiale più italiano dei quattro vinti fino ad ora.

Cristiano Ronaldo alla Juve, quando un evento sportivo (o la sua attesa) entra nella leggenda ultima modifica: 2018-07-10T10:12:48+00:00 da massimo miliani

Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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