UN GIORNO MI SONO CHIESTA

Un giorno mi sono chiesta: se al tempo dell’emanazione delle leggi razziali, gli italiani avessero avuto la possibilità di comunicare attraverso i social, sarebbero scesi in piazza? Avrebbero fatto sentire la loro voce? Di certo non era la maggioranza quella che leggeva i giornali o apprendeva le notizie in radio e soprattutto non era la maggioranza che sapeva leggere o comprendere una notizia di tale ignominiosa portata.

Oggi però i social ce li abbiamo, le reti televisive a centinaia pure. Quasi tutti sanno leggere. Non molti quelli che sanno comprendere. Ma in piazza non scendiamo nemmeno oggi per chiedere quel provvedimento di civiltà che è lo jus soli. O il riconoscimento della cittadinanza italiana con modalità umane e non con i cavilli che la burocrazia sa inventarsi. Che fantasia, non c’è che dire. e come lo chiamiamo questo modus operandi? Dialettica politica, scontro tra maggioranze e opposizioni, “gli stranieri rubano il lavoro agli italiani”, “prima gli italiani”. Sono passati ben ottantadue anni dall’emanazione delle leggi razziali, ma abbiamo ancora in noi quella spinta che si chiama razzismo. Ma razzismo, letteralmente in senso estensivo, è: ”qualsiasi discriminazione esacerbata a danno di individui o persone”.

Se così stanno le cose, di “razzismi” ne abbiamo altri, variamente dislocati e diffusi, che non colpiscono (solo) l’immigrato, ma tutte le fasce deboli della popolazione. Un esempio può chiarire il concetto. Mettiamo di avere due famiglie con figli. Una vive in zona residenziale, villetta a schiera, posizione economica solida; l’altra vive in casa popolare zona 167, posizione economica precaria. I figli di entrambi vengono trascurati. Quelli della famiglia abbiente perché i genitori non hanno tempo di occuparsi di loro, quelli dell’altra famiglia perché i genitori non hanno soldi a sufficienza per farli vivere serenamente. Mettiamo ora che le maestre dei figli di entrambe le famiglie, accortesi del disagio dei ragazzini, interessino i servizi sociali. A chi pensate che verranno tolti i figli e affidati a una casa famiglia? È questa la forma di razzismo più diffusa. Quando un certo ministro abbattè a colpi di mancati finanziamenti la scuola pubblica, dirottando in nome di un non meglio identificato liberismo economico e di un’altra non meglio identificata libertà di concorrenza, i soldi alle scuole paritarie, che altro non sono che aziende con scopo di lucro, la residua parte di meritocrazia finì alle ortiche. E sì che di colpi ne aveva presi. Bastonate proprio.

Questi sono macroesempi di come una nazione sia scivolata al livello attuale.

E che dire dei compensi stratosferici dei dirigenti d’azienda che, pubblica o privata che sia, percepiscono somme da capogiro – per noi, non per loro – anche se l’azienda sta precipitando nel baratro della decozione, e all’orizzonte si profila l’ombra scurissima dei licenziamenti?

Questo accartocciarsi su se stessa della cd. classe dirigente che se ne frega della sorte degli uomini e delle donne per i quali i mille e duecento euro al mese sono vitali per la sopravvivenza, come lo vogliamo chiamare?

È questo il razzismo del terzo millennio: è il non comprendere le ragioni vitali dell’altro. È il voltarci dall’altra parte. È sottoporre a processo il pensionato affamato che ruba la scatoletta di tonno e lasciare che vaghino liberi e pasciuti i veri ladri e i corrotti. È impedire al figlio del cassintegrato di accedere all’università. È il concedere all’invalido la pensione di duecentottanta euro al mese. Sopravvivenza e razzismo. La vita umana che lentamente si disgrega e si arrende, mentre i lor signori si parlano addosso con parole da nulla condite di niente, senza avere nemmeno il coraggio di chiamare questo stato di cose col nome che gli compete. La chiamano ingiustizia sociale, e si impegnano con promesse (vane) e proclami a combattere per debellarla. Tanto le parole sono fiato nell’aria: non pesano e non costano. Anzi sono ben retribuite.

È scritto nella storia che gli italiani non hanno mai fatto una rivoluzione. Siamo individualisti, siamo narcisi, siamo creativi. Siamo stronzi. Insomma siamo tutto meno che in grado di assumere decisioni condivise all’unanimità. Chi si muove è sempre la sparuta minoranza spinta dalla rabbia e dal bisogno del momento di mantenere inalterata la porzione di orto che ha avuto in sorte. Fino a quando non apriremo il cancelletto della staccionata che divide il nostro orto da quello del vicino, nulla potrà cambiare. E se un giorno dovesse capitarci di alzarci e di leggere sui social o sentire al tg che con decreto si è deciso che tutti i diversi da noi, quelli che un orto non sono riusciti a conquistarlo, non hanno più diritti né cittadinanza, probabilmente correremo ad acquistare un lucchetto più grosso e inespugnabile per chiudere il catenaccio del cancello che chiude il nostro orto. E il nostro cuore.

Su Chiara Francesca Pellicoro De Candia

Chiara Francesca Pellicoro De Candia
Nasce a Taranto, ma vive a Gioia del Colle. Sposata, da qui il doppio cognome che le piace proprio, tre figli. Ha sempre sofferto della sindrome del dover essere, che non esiste ma riassume bene la sua personalità e le sue scelte, perché mentre una parte di lei esercitava la professione di avvocato, l’altra parte continuava a scrivere e a sognare di diventare una vera scrittrice. La produzione è sempre stata cospicua ma tenuta al caldo in file e cartelle. Fino a quando una rivolta, ben organizzata dai suoi personaggi, l’ha costretta a uscire allo scoperto. Parecchio narcisa, lo si capisce da questa minibio narrata in terza persona. Se voleste sapere cosa ha scritto, qualche notizia la trovate sui social. Basta digitare il nome completo. Le piace tantissimo discutere, soprattutto su un interrogativo irrisolto: perché il mondo è così affollato di cretini? Non ha mai letto un romanzetto rosa, perché durante l’adolescenza i suoi miti erano l’Oriana e Edgar Allan Poe. ( Personalità contorta? Sono d’accordo). E come si dice qui in Puglia: mè, avast mò.

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