Elezioni Regionali 2020: e diciamolo.

La maratona Mentana, gli speciali delle altre reti. Le interviste. Le opinioni dei soliti noti sempre gli stessi. Commenti su commenti. Interpretazioni pro-presente e pro-futuro. Questo è, invariabilmente, il dopo voto. Di qualunque natura esso sia, amministrativo, referendario per l’elezione del parlamento, che poi queste le chiamano politiche come se le altre non lo fossero, come se solo per eleggere i deputati si muovessero gli apparati partitici e per le altre la campagna elettorale fosse affidata a compagnie di ventura. Ad ogni elezione, e ne ho viste già parecchie, dai risultati e dai commenti e dalle opinioni dei soliti noti, mi appare il quadro di cosa sia diventata questa nostra Nazione. È come se riuscissi a leggere nella mente di ogni cittadino, mentre al riparo della cabina elettorale apre la scheda, impugna la matita e traccia le sue croci. Inevitabilmente, a ogni tornata elettorale, qualunque essa sia, si grida e si inneggia al cambiamento. Si interpreta il voto come “la voglia di cambiamento espressa dagli italiani”.

Ma davvero è così? E di quale cambiamento stiamo parlando?

Quello che si potrebbe avere laddove – come forse non è mai accaduto – gli italiani fossero capaci di esprimere un voto idealista. Un voto che esprima la legittima ambizione di vedere eletti quei candidati nei quali si riconosce lo stesso fervore, lo stesso fuoco che brucia dentro e vuole essere espresso vuole essere parte e partecipe di un processo democratico autentico. Era questo che i costituenti espressero quando decisero per la democrazia parlamentare, dove ogni parlamentare doveva essere il rappresentante e il mandatario dei sogni e dei bisogni di chi l’aveva eletto.

Vedete questo spirito idealista nelle ultime elezioni, o in quelle precedenti, e in quelle precedenti ancora, indietro sempre più indietro fino alle origini? Non mi è chiaro il motivo per cui l’Italia, con tutto l’orgoglio che pure ho di essere italiana, venga annoverata fra le potenze mondiali. Come è possibile? Basterebbe porre l’accento su alcuni fattori per meravigliarsene. E non poco.

Abbiamo un divario socio-economico tra Nord e Sud che non accenna a risolversi dai tempi di Garibaldi. E la colpa non è solo di chi alberga nel transatlantico di Roma. È nostra. Dei settentrionali che hanno una visione vieppiù monetocentrica della vita e vogliono tenersela. Non so se avete presente un verso di una vecchia canzone dei Modena City Ramblers, Il giro di vite: “ decisi a difendere il patrol, la villetta sulla tangenziale e la loro evasione fiscale”.

È dei meridionali, che ancora non riescono a uscire da una perversa forma di sudditanza mentale che li spinge a chiedere per favore ciò che gli spetta di diritto, se solo l’esercizio del diritto non significasse, contemporaneamente, adempimento di doveri. Discorso ed esempi ai quali applicare lo sconto delle dovute eccezioni. Che ci sono.

Il fatto è che al Nord come al Sud e al Centro, si vota per la pagnotta. Le elezioni locali sono l’occasione, da un lato, di aumentare il proselitismo attraverso modalità che esprimono, se non altro, la fantasia dei candidati e dei burocrati di partito, come si diceva una volta. Insomma si vota per la persona, e quanto più stretta ne è la conoscenza o l’amicizia, tanto più fervore esprimerà il voto. Che sia a destra o a sinistra, che sia apartitico o movimentista, se il candidato ha la potenzialità giusta secondo i desiderata del votante, per mantenere le promesse della propaganda, lo si vota. Direi che un simile modus operandi è lontano anni luce dall’esprimere “la voglia di cambiamento”. Ognuno pensa al suo orto, questo è.

Immaginate la vita di un impiegato (che non sia Fantozzi), magari un funzionario. Uno con moglie e figli che studiano. Qual è la sua voglia di cambiamento quando va a votare? Il lavoro ce l’ha e nessuno glielo toglie. Lo stipendio arriva puntuale ed è sufficiente ad avere  un buon tenore di vita condito anche da tutte le diavolerie digitali di cui non si può fare a meno, a far studiare i figli, a fare le vacanze di Natale e le ferie di agosto, a pagare il mutuo e avere una bella auto. Potrebbe desiderare altro di concreto? Un superenalotto vincente, certo. Ma di quale cambiamento potrebbe sentire il bisogno? Un avanzamento di carriera e di stipendio, certo. E a chi pensate che darà il voto?

Immaginate ora la vita di un imprenditore agricolo. Vita dura, dall’alba al tramonto e non vive certo in un film di Tarantino, ma che viene compensata da adeguati guadagni. Ha il tempo di dedicarsi a letture politiche o sociologiche, ha il tempo di ascoltare gli estenuanti dibattiti televisivi dei soliti noti? La sera va a letto presto ed è stanco. A lui interessa che il prezzo dei mangimi per le vacche non abbia impennate vertiginose, che la produzione del latte sia adeguatamente compensata e retribuita. Quale cambiamento desidera o si aspetta dagli uomini della politica? Nessuno che non sia, ad esempio, il mantenimento di certi benefici fiscali o di certe indennità  che meritate o no, piovono dal cielo.

Mantenimento, non cambiamento, e gli esempi si potrebbero sprecare.

Certo qualche idealista che ha creduto e ancora crede che certi movimenti siano nati per portare “il cambiamento” esiste.

Perché gli idealisti sognano. Sognano un Paese che non abbia l’alto tasso di abbandono scolastico che ha; che non abbia l’alto tasso di corruzione che ha; che non abbia nella sua terra le radici di tutte le mafie. O un Paese dove le disuguaglianze siano – se non eliminate del tutto – almeno attutite, in modo che la famosa legge statistica che dice che se hai tre polli e quattro soggetti, ognuno di loro avrà lo 0,75% di un pollo. Un paese dove la legge diventi vera e non che sia solo un artificio per coprire la verità, ovvero che un solo soggetto avrà tre polli e gli altri resteranno a guardare.

Dopo queste parole così crude, così disincantate se non ciniche, dovrei pormi e porre la domanda: gli ideali sono morti? Il cambiamento è solo una ridicola utopia?

Abbiamo perso la capacità di avere sulle cose del mondo uno sguardo che vada oltre il nostro orto? Abbiamo perso la capacità di pensare noi stessi come parti di un tutto dove ognuno deve fare la sua parte? Se la risposta è No a entrambe, bene. Vuol dire che il cambiamento è ancora possibile, che in qualche modo oscuro anche a noi stessi lo coltiviamo dentro. Vuol dire che domani saremo tutti noi a sapere cosa fare per cambiare le carte in tavola, senza avere bisogno dei commenti e delle opinioni dei soliti noti.

Su Chiara Francesca Pellicoro De Candia

Chiara Francesca Pellicoro De Candia
Nasce a Taranto, ma vive a Gioia del Colle. Sposata, da qui il doppio cognome che le piace proprio, tre figli. Ha sempre sofferto della sindrome del dover essere, che non esiste ma riassume bene la sua personalità e le sue scelte, perché mentre una parte di lei esercitava la professione di avvocato, l’altra parte continuava a scrivere e a sognare di diventare una vera scrittrice. La produzione è sempre stata cospicua ma tenuta al caldo in file e cartelle. Fino a quando una rivolta, ben organizzata dai suoi personaggi, l’ha costretta a uscire allo scoperto. Parecchio narcisa, lo si capisce da questa minibio narrata in terza persona. Se voleste sapere cosa ha scritto, qualche notizia la trovate sui social. Basta digitare il nome completo. Le piace tantissimo discutere, soprattutto su un interrogativo irrisolto: perché il mondo è così affollato di cretini? Non ha mai letto un romanzetto rosa, perché durante l’adolescenza i suoi miti erano l’Oriana e Edgar Allan Poe. ( Personalità contorta? Sono d’accordo). E come si dice qui in Puglia: mè, avast mò.

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