RoadToStramilano #4 – Cosa pensiamo mentre corriamo

Per bilanciare i toni nefasti del diario del mio sodale -che non fa altro che lamentarsi per una decisione, quella di correre, che in fin dei conti è solo sua- a me tocca fare il precisino e raccontarvi davvero come sta andando questa preparazione. Oggi mi piacerebbe soffermarmi su quello che io definisco allenamento lungo, o più familiarmente, l’allenamento straccia-maroni.

Si tratta di oltre 14 km (da incrementare di settimana in settimana fino ad arrivare ai 21k), da percorrere a intensità bassa, diciamo il 60% della frequenza cardiaca. Si tratta di chilometri di bassa qualità ma fondamentali per mettere resistenza nelle gambe e abituare il corpo a uno sforzo prolungato. Di solito “il lungo” lo metto a inizio settimana: psicologicamente un allenamento di lunga durata mi sembra il più adatto a dimenticare i bagordi del weekend. E poi è una sessione che mi garba un sacco perché, a parte il problema di trovare 14 e passa km da percorrere in agilità (quando corro non amo ripassare nello stesso punto), l’unica vera cosa a cui bisogna pensare è… pensare. Si pensa un sacco quando si corre a un’intensità che non ti fotte il cervello e ti fa venire voglia di morire. A pensarci bene, quell’ora e mezza più che abbondante che mi prendo la mattina, è davvero l’unico momento che passo con me stesso e se, per un qualsiasi motivo dovessi saltare il mio appuntamento settimanale, confesso che ne sentirei la mancanza.

Tra le molte cose a cui penso mentre corro, ce ne sono alcune che ritornano spesso. Ovvio, il più delle cose è legato alla contingenza del momento, ma alcuni pensieri sono decisamente ricorrenti. Ritornano soprattutto, le domande, quei profondi quesiti esistenziali che mi accompagnano da tempo e che, suppongo, almeno alcuni facciano parte del bagaglio di ogni pensatore che si rispetti. Credo ci sia un legame psicologico tra determinati pensieri e il fatto che io li formuli mentre corro, indi, per amore di verità e di cronaca, è giusto che li trascriva in questo diario.

-Se in questo momento potessi uscire da me, sedermi su una panchina e osservarmi arrivare, vedrei correre un atleta oppure un coglione?

-Perché la mia coinquilina è sempre, perennemente, incazzata con me?

-Quali sono le contingenze tali per cui un bravo artista, chessò, un pittore di talento, può rischiare di essere scoperto e riconosciuto solo da morto, mentre Antonio Zequila è considerato un maitre a penser?

-Chi ha introdotto per primo la parola cagna per definire una donna di facili costumi?

-Il fatto che io abbia deciso di correre a 36 anni, ha in qualche modo a che fare col fatto che fatico ad accettare l’arrivo imminente della senilità?

-Ma cosa vuol dire poi invecchiare? È una condizione fisica, mentale, oppure meramente anagrafica?

-Perché un giorno di febbraio del 1996 decisi di comprarmi un paio di Buffalo? Da questo episodio -peraltro isolato- di truzzismo, dovrei evincere qualcosa di più circa l’esito della mia vita attuale?

-Era meglio morire da piccoli?

-A livello psicologico e sociale, che differenza c’è tra quelli della mia età che si arrapavano fantasticando su Sheila di Occhi di Gatto e i ragazzini di oggi che conoscono esattamente il menù à là carte offerto dalle cavità corporali di Sasha Grey?

-Se fossi stato, ma non sono mai stato così. Insomma dai, adesso sono quiiiii.

-Se le tette non fossero a forma di tette, mi sarebbero piaciute così tanto lo stesso?

-Agafan morirà prima d’infarto o di disperazione?

-L’intelligenza è davvero importante come si dice, oppure è una qualità sopravvalutata?

Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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