Corpo mistico - Frans Kellendonk

Corpo mistico – Frans Kellendonk

In Corpo mistico, Frans Kellendonk pennella con colori forti e prosa densa, producendo un quadro materico che colpisce l’immaginario del lettore, in una cornice tra surreale e sostanziale che non lascia scampo. I personaggi sono tanto simbolici quanto vividi, costituendo un modello di tipi partorito negli anni ’80, laddove ebbero origine molti elementi di ciò che ancora oggi siamo.

Corpo mistico di Frans Kellendonk

Prima di lamentarvi delle vostre famiglie, sbirciate il nucleo protagonista di questo libro: Gijselhrt (il padre), Pulce e Fratello (figlia e figlio). Un quadro abitato da personaggi grotteschi che, nel loro girare a vuoto, danno vita ad una commedia dal sapore amarissimo.

Kellendonk pennella con colori forti e prosa densa, producendo un quadro materico che colpisce l’immaginario del lettore, in una cornice tra surreale e sostanziale che non lascia scampo. I personaggi sono tanto simbolici quanto vividi, costituendo un modello di tipi partorito negli anni ’80, laddove ebbero origine molti elementi di ciò che ancora oggi siamo.

Il nucleo famigliare ad un certo punto, senza affetto ma per motivi personali, si ricostituisce, riprendendo dalle dinamiche con cui si era sciolto, incapace di costruire un nuovo edificio sulle macerie del vecchio, giocando una partita a scacchi tra ubriachi.

Gijselhrt

Il senso generale è racchiuso nei tre personaggi principali che, chiusi in egoismi e falsi miti, non riescono a creare un legame tra loro che sia sintesi, incapaci di incontrarsi, pronti a scontrarsi. Il risultato finale è lo scioglimento tristemente definitivo del nucleo, giocato a cavallo tra un sentore paludoso di morte e un nuovo respiro asmatico di vita.

Capostipite è Gijselhrt, un uomo che dedica la propria vita al dio denaro, all’accumulo con mezzi non proprio ortodossi. Attenzione però, la personalità di Gijselhrt non è banale, bensì specchio di una società che è andata nella direzione che egli traccia con una chiarezza profetica:

“L’avidità figlia mia, la volgare avidità. La gente è disperatamente attaccata ai beni materiali. Io no, io amo solo i soldi. Venderei perfino la mia unica figlia, se qualcuno la volesse”

Tanto è vero che, di fronte alle accuse di taccagneria, ribalta la tesi attraverso una risposta che ha una lucidità disarmante:

“Il denaro è il sangue del corpo sociale, porta il cibo agli arti affamati. Il sangue è amore, il denaro è amore. Io sono un grande amatore”.

Eppure questa sua visione della vita vacilla di fronte a Pulce, questa figlia bislacca capace di strappargli affetto. Ancora di più quando Pulce ritorna a casa incinta. Gijselhrt si lascia andare, molla le redini e galoppa verso una vita da nonno, una normalità imprevedibile. Proprio la delusione finale, dopo una speranza nata quasi dal nulla, lo abbatterà senza scampo. L’affetto si scopre più forte del denaro, ma, in fin dei conti, più labile.

Pulce

Questa ragazza pare indecifrabile, tra una laurea e un’ottusità al limite del normale. Forse solo il Fratello raggiunge la chiave di lettura reale, cosa che implica però un’analisi spietata.

La sua stella polare è il canone religioso, il che la porta a riprodursi al di là di ogni logica aspettativa. A conti fatti risulta la giocatrice più scaltra, quantomeno la più efficace. Riesce infatti a manovrare sia il padre che il fratello, ma pure il padre del bambino. Porta avanti il proprio piano passando sopra i sentimenti e le esigenze di ognuno, inseguendo un obiettivo che non prevede slittamenti di nessun tipo.

L’efficacia di Pulce però non è costruttiva, se non nel senso più conformista del termine. Disgrega, dopo aver riunito, tutto ciò che incontra, sfrutta le debolezze altrui e non si interessa delle conseguenze. Pulce è il prototipo dell’inserimento forzato dentro i confini della società.

Fratello

Si tratta del personaggio più problematico fin dall’inizio. Omosessuale per l’offesa del padre e della morale della sorella, a New York costruisce un proprio mondo basato sull’arte, o meglio sulle ambiguità dell’arte. Quel che fa si avvicina molto all’attività del padre, la differenza sta nel punto di partenza, che però viene svilito da Fratello.

Ritorna in famiglia per scappare: dalle operazioni finanziario-artistiche ai limiti e da un amore sfociato nella malattia del suo compagno, l’AIDS. Così torna a casa portando con sé disillusione e morte, poiché il sospetto di essere stato contagiato è forte.

L’incapacità di inserimento di Fratello all’interno della società è cronica, e quando torna in famiglia scopre che nulla è cambiato, i motivi per cui ne era fuggito sono rimasti intatti, alimentati dalle stesse personalità cristallizzate.

Nelle riflessioni di Fratello si trovano amare considerazioni sull’omosessualità:

[…] Ciò che nel mondo eterosessuale è una tragedia, tra gli omosessuali si ripete come farsa. Il loro amore è fedele alla forma dell’amore tradizionale, ma ne tradisce il contenuto. È una parodia dell’amore.

Ma anche la tragedia che accompagna la mancata accettazione da parte di un canone, la sensazione di inadeguatezza che rischia di essere portatrice di forze distruttive:

E se, nonostante tutto, avesse scoperto di aver ingravidato il ragazzo con la morte […], almeno quell’effetto involontario avrebbe posseduto la bellezza della simmetria. Perché di fronte alla dinastia della vita fondata da Pulce, lui avrebbe istituito una dinastia segreta della morte […], un’anti-creazione contrapposta alla creazione della sorella.

Un libro che si produce in una tragicommedia dalla forza dissacrante, dove nessuna esagerazione è parodia.

Frans Kellendonk – Corpo misticoScritturapura
Traduzione: Claudia Di Palermo

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Su Agafan

Agafan
Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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