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Milano City Marathon 2021 #14 – Lacrime di fatica

Conferma sul campo

Qualche puntata fa, ora non ricordo bene quale e non andrò a vedere, ricorderete bene che espressi il dubbio di un pianto di fatica scaturito in allenamento: mi sono cioè chiesto se fosse possibile piangere dalla fatica, perché mi era sembrato accadermi.

Non ve lo ricordate? Ci avrei scommesso, sapevo di avere due lettori in croce e pure distratti, pochi e di merda. Non ve ne faccio una colpa, anzi è colpa mia, ognuno ha i lettori che si merita ed io, è evidente, mi merito questi scappati di casa che leggono al volo le mie righe senza soffermarvi l’attenzione più di quanto farebbero su una merda sul marciapiede, con l’unica reazione di smoccolare. Sia chiaro che è giusto così, per quel che scrivo non ha senso pretendere altri lettori, solo vorrei essere per voi quel dubbio che vi assale una sola volta nella vita e poi lo cacciate dall’orizzonte delle vostre ipotesi: e se quella merda fosse umana?

In ogni caso, sappiate che ho avuto la conferma sul campo, scientifica è eccessivo direi: si può piangere dalla fatica; o almeno a me capita di piangere dalla fatica. Non state a ringraziarmi per gli spunti medici che vi do, considerateli a fondo perduto. Se volete fateci quel che credete, approfondite, fate ricerche, millantate, perculate; in particolare mi rivolgo a quel medico che ci legge e che aveva promesso un approfondimento mai arrivato. Vero Giovanna? Giusto per rimanere nel vago.

Lacrime di fatica

So che il pianto di fatica potrebbe stupirvi, d’altronde lo sono rimasto pure io. Però credetemi, non ci sono altre spiegazioni per quel che mi è successo, diverse volte ormai, in allenamento, più precisamente negli allenamenti più duri. Arriva un momento in cui mi lacrimano gli occhi, si tratta di un pianto calmo, regolare, senza singhiozzi o altri fenomeni di rilievo.

Da cos’altro potrebbe dipendere questo pianto?

Forse dal desiderio del mio inconscio di esprimere la propria disapprovazione per questa farsa. Il mio inconscio ha altri linguaggi con cui comunicare, solitamente si concretizza in una cagata improvvisa che si presenta alla porta rettale con l’irruenza del giovane innamorato.

Forse la corsa mette in condizione la mia mente di rilassarsi e questo comporta un pianto metafisico. Sappiate che la mia mente, durante la corsa, non è nient’affatto rilassata, è anzi tesissima e isterica, un recipiente gonfio di magagne. Per non parlare del fatto che la vetta metafisica della mia mente è stata quando ha considerato con impegno se quella salsiccia dolce potesse essere considerata calabrese al di là del luogo di produzione.

Forse è sudore dagli occhi. Ci ho pensato seriamente, ma possibile che spunti solo quando faccio tanta fatica? E poi, se vogliamo, il sudore dagli occhi potrebbe comunque essere pianto, così come la pioggia è il piscio degli angeli.

Si tratta dunque di lacrime di fatica. Mentre sono nel pieno di uno sforzo assurdo e prolungato, il mio corpo, consapevole di non avere potere su quella mitomane della mia mente, esprime il proprio disagio in modo silenzioso e, se guardiamo bene, con dignità, producendo un lungo e silenzioso pianto, una protesta che ha la dolcezza della beffa: perché perdere volontariamente ulteriori liquidi è da stronzi, come a non voler essere da meno della mente. Una bella accoppiata di inetti.

Photo by Emma Trevisan on Unsplash

Su Agafan

Agafan
Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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