Milano city Marathon 2021 #12 - Sopra il giorno di dolore che uno ha

Milano city Marathon 2021 #12 – Sopra il giorno di dolore che uno ha

Ripetute iuvant sed stufant

Le ripetute: avete presente cosa sono? In pratica si deve andare veloci per un tratto e poi riposarsi per un altro e ripetere, appunto, l’esercizio per un numero determinato di volte. Il dramma della preparazione di una maratona è che le ripetute possono prevedere un tratto in velocità di chilometri e un riposo che praticato comunque correndo, nel mio caso a 6,15 al chilometro, che è come dirmi: devi morire.

Ci avete capito qualcosa? No? Non mi aspettavo nulla di diverso da un pubblico misero come voi, misere misero me, però brindo alla vita, almeno prima della pandemia globale, che ora di brindisi c’è carenza. Forse alcuni di voi hanno capito perché praticano la meschina attività delle ripetute, bene, allora vi divido per gruppi: i pochi sapientoni prendano sotto la propria ala gli ignoranti e cerchino di infondere la sapienza a testate.

Comunque, per farla breve, si tratta di un allenamento faticosissimo, che più va avanti la preparazione più si fa estremo. In alcuni casi, per limitare il discorso a me, estremo fino alla soglia premorte. Di ripetute ultimo modello, cioè con riposo in corsa ne ho effettuate due, ecco come sono andate.

Un giorno tutto questo dolore sarà tuo

La prima volta erano previsti due chilometri a bomba e uno di riposo, sempre di corsa ricordiamo, per due volte, per chiudere con un ultimo chilometro ancora più a bomba. Esco alle 17,30 sotto una pioggia insensata, in un buio spettrale, con un vento non eccessivamente forte ma fottutamente fastidioso.

E così, fradicio dopo tre secondi, intento ad evitare pozzanghere grandi quanto un’unicità, mi sono avviato ad un passo insensato per le mie potenzialità. Il primo riposo è sembrato quasi tale, il secondo non ne aveva nemmeno la parvenza. L’ultimo chilometro è stato percorso come segue: passo più lento del dovuto, ma il massimo che riuscivo a produrre in quel momento, tanto stremato da non preoccuparmi più di evitare le pozzanghere, un moccio al naso che mi ha accompagnato per tutto l’allenamento ma che in quest’ultima fase penzolava scampanando sul naso, bava colante dalla bocca e rantolo da cane idrofobo.

La fortuna è stata che, visto il tempo infame, non ho incrociato nessuno, altrimenti una denuncia per qualcosa me la sarei presa, consapevole di meritarmela.

La seconda volta sono uscito con il sodale di allenamento, ricordiamo che ha qualche anno in più ma un allenamento di lungo corso. Era prevista l’alternanza di un chilometro a bomba e cinquecento metri di riposo correndo. Io sono crollato a metà, lui tornava indietro nella corsa di riposo per non staccarmi e, sospetto vivamente, percularmi. Ogni tanto cercava di parlarmi, mentre io non ero in grado di spiccicare parola, abbozzavo con lo sguardo e, dalle sue reazioni, credo che il mio sguardo fosse vacuo, o forse vi si ravvisava le tracce di un infarto.

Quel che posso dire per chiudere è che ad un certo punto sentivo le gote bagnate, e non pioveva. Io sospetto, ma non voglio indagare troppo, di aver pianto dalla fatica. Il fatto è durato per diverso tempo, io asciugavo le gote che però venivano ribagnate da occhi fragili, da una mente incapace di assistere all’accanimento su quel corpo straziato. E sapete che c’è? Non me ne vergogno, a mente fredda mi sembra l’unica reazione sensata.

Photo by nikko macaspac on Unsplash

Su Agafan

Agafan
Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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