diario di una maratona

Diario di una maratona #16.2 – L’invidia è una brutta bestia

Lo confesso, vedere Agafan che corre e ottiene risultati si sta trasformando in un’agonia. Lui lì, bello e veloce, a godere di tutti i miei sforzi, mentre io resto al palo, incatenato all’unico dilemma concessomi in queste settimane: meglio la ginocchiera o la fascia per la bandelletta ileotibiale?

Non sono mai stato una persona invidiosa, posso dirlo con tranquillità e nessuna paura di essere sconfessato. Nella mia mediocrità sono sempre stato bravo a contenere i tracolli, e abbastanza fortunato per potermi fregiare di qualche picco capace di puntellare l’autostima. Nemmeno l’arrivo dei 40 ha scalfito questa sorta di pace interiore, così come l’inevitabile incedere del tempo e il declino inesorabile del corpo. So di non essere più il gheprado di una volta, ma riesco a farmene una ragione bilanciando gli obiettivi. Accetto le rughe, i peli più lunghi su sopracciglia e naso, l’acidità di stomaco dopo una birra. Insomma, anche se la mia donna direbbe il contrario (e l’idea di fare una maratona potrebbe essere una prova a suo favore), mi sento un uomo in pace con quello che è stato, è e diventerà. Eppure, questa cosa dell’infortunio capitatomi ormai tre settimane fa, ha iniziato a minare i miei equilibri. Intendiamoci, sono un uomo di sport, so perfettamente che un inconveniente può capitare, non è certo l’aver buttato nel cesso mesi di allenamento e una possibile prestazione a ferirmi (ora che è tutto andato a puttane posso anche svelarlo: il mio obiettivo era correre i 42 km a 5 al km). Il problema -e credetemi, faccio fatica ad ammetterlo- è la mia difficoltà ad accettare l’esuberanza fisica del mio atleta, Agafan. Lui, piccolo bastardo, sta procedendo secondo programma. Migliora a ogni uscita e lo so, che i suoi successi dovrebbero gratificarmi come coach, ma c’è qualcosa nella sua luminosa carriera di runner, una piccola puntura di spillo che mi distrugge poco a poco. 

Dovrei gioire per lui, e invece ogni volta che mi scrive per farmi analizzare un suo allenamento, il primo pensiero è quello di prenderlo a randellate sui denti con le sue stramaledettissime scarpe nuove. I suoi risultati, da punto d’onore, sono diventati un punto nero, di quelli purulenti, da estirpare con rabbia e fastidio. Non lo vedo più come un atleta forgiato dal mio genio sportivo e dalla mia profondità psicologica (perché Agafan è pazzo, e l’aver incatenato i suoi burnout mentali in una tabella d’allenamento vale una specializzazione ad honorem in psichiatria), ma un parassita che dopo essersi abbeverato alla fonte della mia conoscenza, mi uccide abbandonandomi come fossi una scarpa vecchia. 

Vorrei cambiargli gli allenamenti, sabotarlo, farlo correre per 180 km fino a ridurlo cenere, ma poi mi fermo estasiato e non posso che ammirare questo germoglio in tutta la sua giovane potenza. 

Si può contemporaneamente ammirare e odiare una propria emanazione di sé?

E se fossi affetto dal Complesso di Medea?

Su massimo miliani

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Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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