Diario di una maratona #15.2 – E alla fine arrivò il dramma

Doveva succedere, era scritto nelle stelle, ed è successo. Avevo scommesso su una delle due caviglie, sul tendine d’Achille, su una fascite. E invece ha ceduto l’unica cosa che non mi sono mai rotto in vita mia, il ginocchio

Scrivere queste righe mi costa caro, perché a un mese e mezzo dalla gara (che poi ora sarebbe meglio chiamarla prova) subire un infortunio è qualcosa che va oltre il semplice contrattempo, è un’evenienza che mette tutto a repentaglio, potenzialmente devastante per la psiche dell’atleta. ma andiamo con ordine. 

La settimana appena passata doveva essere quella dello scarico, quattro allenamenti meno intensi del solito, per riprendere un po’ di energia prima di un altro rush di tre settimane da centinaia di km. Mercoledì scorso, dunque, stavo percorrendo un lento progressivo di 15 km quando al sesto km inizio a sentire un fastidio alla parte esterna del ginocchio sinistro. Dolorino che nel giro di un paio di km si è trasformato in un dolore pungente che mi ha obbligato a fermarmi. Ovviamente nel punto più lontano da casa. 

Qui sopra ciò che ha registrato il garmin, da quando ho iniziato a correre fino a quando ho capito che fermarsi per qualche secondo e riprendere non era sufficiente a far passare il dolore

Con la gamba che cedeva anche in fase di zoppicamento, quindi, ho provato a tirarmi insieme e tornare a casa, operazione che mi è costata 2 ore buone e tante bestemmie, un po’ perché mi ostino a non portarmi dietro il cellulare (cosa che la mia consorte invece pretenderebbe, vista l’età), un po’ perché sarebbero bastati 2 euro in tasca per poter prendere la metro e terminare così l’agonia. 

Tornato a casa scornato, ho deciso di mettermi a riposo fino a domenica, senza indagare oltre sull’origine del male. 

L’idea era quella che passasse tutto in solitaria, per poi poter riprendere con un lento il lunedì seguente, cioè ieri.

Inutile dire che anche il lento di ieri è stato parecchio duro: cinque km molto bene, poi il ritorno del dolore, questa volta meno pungente, tanto da consentirmi di terminare la sessione, anche se con qualche pausa. Qui sotto, quanto registrato dal garmin.

Ora, dato che non posso più permettermi di escludere questo infortunio dalla mia psiche, devo iniziare a farmi delle domande, quindi: che cazzo ho?

Potrebbe essere il menisco? Può darsi, o forse un legamento, chi può dirlo. Magari da quando vivo a casa della suocera in attesa che la casa nuova sia pronta ho solo messo su un po’ troppo peso? Possibilissimo, a giudicare dai jeans. Forse le scarpe sbagliate? Improbabile ma non del tutto escludibile. 

Il problema è che se dovessi farmi visitare nove su dieci mi consiglierebbero di fermarmi, cosa che non voglio assolutamente fare, per cui attualmente mi sembra ovvio escludere le prime due ipotesi. Escludo anche la terza, perché anche il solo pensare di rinunciare alla varietà di pranzi e di cene di cui sto godendo attualmente è semplicemente da pazzi.

Restano le scarpe. Maledette bastardissime scarpe, la colpa è vostra. Vi cambierò, e chissenefrega se si tratterà di un acquisto del tutto inutile e il modello nuovo mi servirà soltanto per accompagnarmi con stile al Galeazzi. Al momento siete l’unica mia speranza di salvezza. 

Detto ciò, continua la maledizione di Agafan: tutti quelli che gli si avvicinano per fare sport con lui, si fanno male. Prima il cognato, ora il suo adorato (?) coach. A quanto pare sua famelica voglia di vincere non guarda in faccia a nessuno. 

Photo by Fey Marin on Unsplash

 

Su massimo miliani

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Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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