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Intervista a Rudi Ghedini, autore di Rivincite. Lo sport che scrive la storia

Abbiamo intervistato Rudi Ghedini, autore di Rivincite. Lo sport che scrive la storia. Una chiacchierata che tocca vari argomenti tra De Coubertin, liturgie calcistiche e passione. Al centro, come ovvio, lo sport, quello fatto di uomini con una storia da raccontare e tanto da insegnare (nel bene, ma anche nel male).

Quando lo sport serve a comprendere la società

Nel tuo libro “Rivincite” smonti un po’ il mito da sussidiario delle Olimpiadi come manifestazione di pace? Non esattamente. La “tregua olimpica” ha retto anche in situazioni di fortissima tensione internazionale, nelle recenti Olimpiadi invernali abbiamo visto le due Coree sfilare insieme e riallacciare relazioni diplomatiche. Ma la storia delle grandi competizioni internazionali è segnata anche dai boicottaggi, dall’uso di quelle “vetrine” per lanciare segnali politici a livello globale. Sono curioso di vedere cosa succederà ai Mondiali di calcio in Russia, dopo la vicenda spionistica che è dilagata dall’Inghilterra.
 
Un personaggio che appare molto complesso all’interno del tuo libro è il Barone De Coubertin, famoso soprattutto per il motto “L’importante è partecipare”. Chi era De Coubertin? Era, innanzitutto, un pedagogista. Un uomo dell’Ottocento, convinto del potere simbolico ed edificante dello sport. Un aristocratico che restò fino all’ultimo contrario alla presenza delle donne alle Olimpiadi.
Sulla «Tribuna di Losanna» dell’8 dicembre 1919 scrisse: “I conflitti sociali non sono solamente dovuti all’urto di interessi contrastanti, difficilmente conciliabili, ma per una gran parte al peso di tristezza, collera e umiliazioni accumulate. Non c’è nulla di paragonabile allo sport per guarire i giovani da queste ferite”.
Quanto alla famosa frase sull’importante è partecipare, si dice che il Barone l’abbia pronunciata nel corso della cena di chiusura dei Giochi londinesi del 1908. Ma il vero inventore era il pastore anglicano Ethelbert Talbot, che la disse celebrando la messa per gli atleti.
 
Mi ha colpito la frase “Per organizzare una Coppa del Mondo, a volte, meno democrazia è meglio”: cosa vuol dire? Venne pronunciata da un alto dirigente del Cio (il Comitato olimpico internazionale), che in questo modo segnalava l’insofferenza di quella struttura (come della Fifa, del resto) per le regole che valgono in ogni ambito della vita sociale. Lo sport pretende di farsi da sé le proprie regole, impone agli Stati di eseguirle, fa firmare contratti capestro, se vuoi avere l’onore di organizzare sul tuo territorio dei grandi eventi come le Olimpiadi o i Mondiali di calcio. Gli interessi dei grandi sponsor e delle televisioni prevalgono su tutto il resto, siano le leggi nazionali o la salute degli atleti, se pensi agli orari e ai luoghi assurdi in cui certe competizioni si svolgono. In ogni caso, Cio e Fifa usciranno dalla competizione più ricchi e potenti di prima.
 
Il regime fascista si è molto avvantaggiato e legittimato attraverso le manifestazioni sportive, ma la vicenda degli oriundi appare molto stramba. Come la giustificarono? Il 2 agosto 1926 venne approvata la “Carta di Viareggio”, un documento commissionato dal Coni a tre esperti per mettere ordine nel calcio italiano. Fra l’altro, servì a imporre una drastica semplificazione di stampo autarchico, attenuata da un’ipocrita categoria: quella del “rimpatriato” (il termine “oriundo” si impose successivamente). Il “rimpatriato” era lo straniero di origini italiane. Fra il 1929 e il ’43, oltre cento discendenti di italiani fecero fruttare il loro talento in club di Serie A e di Serie B. Ma Mussolini fu convinto a interpretare con elasticità la Carta di Viareggio; pare che a farlo fu il presidente della Juventus Edoardo Agnelli, figlio del senatore Giovanni e padre del futuro “Avvocato”. La Juventus si assicurò le prestazioni dei migliori, da Luisito Monti a Renato Cesarini, a Mumo Orsi, ma i grandi successi degli Azzurri di Pozzo negli anni Trenta non sarebbero avvenuti senza Guaita, Demaría, Guarisi, Andreolo…
 
Borges diceva che “la sconfitta ha una dignità che una chiassosa vittoria non merita”, per Pasolini il calcio sarebbe “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”: chi ha ragione? Tutti e due. Non è un caso che tanti “perdenti”, da Dorando Pietri in poi, si siano costruiti una reputazione più potente di quella di certi vincitori. Perché vincere non è mai l’unica cosa che conta, dipende da come vinci, dalle emozioni che sai suscitare. Quanto a Pasolini, ha saputo cogliere un punto essenziale che troppi intellettuali ancora oggi sottovalutano: il calcio (e anche tanti altri sport) fornisce una liturgia, un sistema condiviso di regole, detta un calendario che cadenza le nostre vite.
 
All’interno di “Rivincite”, racconti molte, bellissime storie, ognuna delle quali meriterebbe un libro; fra tutte, quale ti piace di più raccontare a una cena? Di storie ce ne sono più di duecento, alcune brevi, altre più dettagliate. Sono molto affezionato a quella di Jim Thorpe, che è incredibilmente poco conosciuta, e invece meriterebbe un romanzo, un graphic novel, una canzone di Dylan… Di film, gli americani ne hanno già ricavati un paio, uno muto nel 125 e uno con Burt Lancaster nei primi anni Cinquanta: ma entrambi restano molto lontani dalla potenza di un personaggio che sembra inventato. Pellerossa, due volte medaglia d’oro a Stoccolma 1912, medaglie requisite per professionismo (accusa ridicola, in mezzo a tanti altri che dallo sport ci guadagnavano davvero). Poi campione di football americano e di baseball. Morì in miseria. Celebrato come il più grande atleta americano della prima metà del Ventesimo secolo. Copia delle medaglie olimpiche fu restituita ai nipoti, negli anni Ottanta, una delle figlie era fra i pellerossa che occuparono l’isola di Alcatraz per rivendicare il rispetto dei famosi Trattati che gli Stati Uniti imposero alle tribù.
 
Qual è lo sportivo di oggi con cui andresti volentieri a cena invece? Oh, ne vorrei conoscere tanti: Lilian Thuram, per esempio, oppure Nadia Comaneci, Colin Kaepernick, Jurgen Sparwasser, Pep Guardiola o Alberto Juantorena. Naturalmente anche Tommie Smith e John Carlos, che stanno in copertina. Mi piacerebbe incontrare anche personaggi screditati come Lance Armstrong o Marion Jones. Ma se devo fare un solo nome, l’uomo che incarna uno dei nuclei essenziali di “Rivincite” –  lo sportivo che assume incarichi politici dopo essersi costruito una reputazione attraverso le vittorie sul campo – penso a George Weah, il nuovo presidente della repubblica della Liberia.
Intervista a Rudi Ghedini, autore di Rivincite. Lo sport che scrive la storia ultima modifica: 2018-03-30T08:20:59+00:00 da Andrea Labanca

Su Andrea Labanca

Andrea Labanca cantautore, laureato in Filosofia e performer, ha scritto due album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" è stato disco della settimana dì Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" è stato ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Ora è in uscita il suo terzo album.

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