Olimpiadi di Rio 2016 – Alex Schwazer e la sua nuova squalifica lasciano l’amaro in bocca. Senza entrare nel merito della giustizia o ingiustizia sportiva, noi siamo con Alex. Siamo con l’atleta che ha provato a risalire la china e siamo contro chi si erge a giusto e non vorrebbe concedere una seconda possibilità a chi ha sbagliato. Non sbagliare mai non è umano, pretenderlo è insensato, esigerlo sugli altri è insensibile e dichiararsi infallibili è quantomeno incauto.
Alex Schwazer è stato squalificato per otto anni, possiamo dire che con ogni probabilità ha chiuso la carriera qui. Noi non vogliamo prendere le parti di nessuno per partito preso e, non avendo gli elementi o non sapendoli interpretare fino in fondo, non possiamo prendere una posizione netta basandoci sui dati.
Quello che possiamo e vogliamo fare è però proporre le nostre sensazioni. In questo caso qualcosa non torna pienamente, il sospetto che Donati sia uomo scomodo e che si volesse colpire lui tramite Schwazer è forte. Come anche pare chiaro che esistano preferenze dell’organizzazione su chi debba vincere le gare: le telefonate a Donati prima delle due gare preolimpiche sanno di imbroglio tanto quanto il doping. Il fatto che Schwazer abbia denunciato un sistema doping diffuso non ha infine certo aiutato. Insomma, in questa vicenda non ne esce sconfitto solo l’atleta, ma anche il sistema che non è riuscito a darsi una credibilità non diciamo forte, ma nemmeno vaga.
Quello che ci preme però è altro. Vogliamo sottolineare come ad uscire sconfitto dalla vicenda sia il senso più profondo dello sport. Quello che è stato spezzato è un sogno che sapeva davvero di rivincita da parte di Schwazer, di rivincita contro se stesso e i suoi stessi errori. Non temiamo di usare la parola sogno, il ritorno ad un’Olimpiade dopo una riabilitazione dal doping in cui è caduto in passato sarebbe stata una bella favola sportiva, a prescindere dalla conquista o meno di una medaglia.
Quel che troviamo insopportabile è la presa di posizione di chi contro Schwazer ha dimostrato un ostruzionismo oltre ogni ragionevole dubbio (Tamberi, ma non solo). L’idea di non concedere una seconda possibilità ad un atleta, ad un uomo, non ci pare faccia parte dello spirito sportivo né tanto meno di quello olimpico. Esistono delle regole e vanno rispettate e chi viene pescato ad eluderle deve pagare. Ma una volta pagato il debito con la giustizia sportiva perché un atleta non dovrebbe riprovarci? Naturalmente sarà ipercontrollato e dovrà risultare pulito, ma se resta nel recinto del lecito perché non dovrebbe mai riscattarsi dall’errore passato? Imporre un margine di errore nullo agli uomini non ci sembra essere una via percorribile, mai.
Alex Schwazer aveva un sogno, quello del riscatto e, per quanto ci riguarda, l’abbiamo coltivato con lui. Questo sogno è stato spezzato, giustamente o no non sta a noi dirlo, ma non potete togliergli e toglierci la liceità e la bellezza del percorso fatto dall’atleta e da noi che l’abbiamo seguito. Bravo chi non cade mai in tentazione, si dimostra forte e probo e giusto. Però a noi piacciono anche le storie dei deboli che lottano contro i propri demoni, di chi ha sbagliato e con tutte le forze prova a riemergere. Non vedere la bellezza che c’è in un percorso del genere è da perfezionisti morali, una categoria che francamente non ci suscita grande simpatia.
Dunque viva Alex Schwazer, comunque per averci provato. Se è pulito ed è stato fregato è la vittima di un sistema troppo più grande di lui. Se invece ci è ricaduto ci dispiace, ma apprezziamo la voglia di essersi rimasto in gioco pur non riuscendo a sconfiggere alla fine i propri demoni.