Taylor Townsend e la sua diversità, fisica nel panorama sportivo e di gioco in quello tennistico, ci hanno conquistato. Ha intonato un gioioso inno contro l’omologazione che ci propinano e abbiamo finito per decantare, portandoci a bestie da soma e unicorni che, al contrario dei cavalli di razza su cui scommettere, bisogna nutrire e crederci. Tenetevi il come dev’essere, noi preferiamo l’esserci nonostante.
Vorremmo chiarire che non siamo qui per incitare ad uno stile di vita poco salutare né per far passare messaggi controproducenti, ci mancherebbe altro, proprio questa redazione che è il connubio più perverso tra un salutista sportivo compulsivo e un debosciato da divano medio, l’esatto punto di contatto sbagliato di due fattori dal destino fallimentare. Questa campagna non ha dunque un intento costruttivo, bensì solo estetico, solo uno sfogo di soddisfazione in cui crogiolarci, o sgrufolare.
Taylor Townsend è una tennista dal fisico non filiforme, così poco in linea con i canoni da perdere l’appoggio della Federazione americana perché non portatrice sana di esempio costruttivo. Parliamoci chiaro, la battaglia contro il cibo spazzatura e la spinta verso uno stile di vita più sano è cosa buona e giusta, forse non siamo in grado di esemplificarlo con le nostre vite ma non ne contrasteremmo mai i principi ispiratori. Così come è molto probabile che Taylor, se riuscisse a dimagrire un po’, incrementerebbe le proprie prestazioni sportive, anche se non ne abbiamo la controprova.
Però l’avete vista Taylor agli US Open 2019? Che il talento la baciasse già si sapeva, ma che riuscisse ad esprimerlo a così alti livelli non era ancora successo. Al di là dei gusti tennistici, per noi vederla giocare è un piacere, cosa dire del godimento intimo che ha elargito schiaffeggiando sui campi preconcetti e superficialità? Così bella nel suo non essere inquadrata nei canoni che vogliono imporci, che ci facciamo imporre, che ci imponiamo; così unica nel suo modo di sgabbiare dalla banalità del mondo che la circonda, ricordandoci il valore dell’unicità. E che ci fa sentire a disagio proprio mentre ci indica la via della libertà da presunti nobili legacci e per questo la additiamo invece di ammirarla.
Un gioioso inno contro l’omologazione, che ci ricorda quanto scartare di lato sia altrettanto importante che rigare dritto. Perché anche le migliori intenzioni, se insistono oltre la soglia di guardia, diventano paletti nel cervello. In un connubio meravigliosamente sghembo, ha proposto diversità fisica e di gioco, per schiaffeggiarci pure con il manrovescio dopo il dritto. Continuate a scommettere sui cavalli di razza, noi andiamo con Taylor che ci porta a bestie da soma ed unicorni, che non si cavalcano ma si dà loro da mangiare e ci si crede. Tenetevi il come dev’essere, noi preferiamo l’esserci nonostante.