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Auschwitzland il rispetto non è virtuale

Auschwitzland, il rispetto non è virtuale

Auschwitzland, purtroppo, non è solo una scritta su una maglietta. Nel momento in cui la realtà diventa virtuale, anche il rispetto viene proiettato sullo stesso campo. Bisogna ritornare ad avere un vero rispetto nel mondo reale, perché le cose accadono  e sono accadute sul piano reale, a prescindere da come le consideriamo noi.

Non solo questione di fascismo

Sulla maglietta recante la scritta Auschwitzland abbiamo poco da dire: indegna. Quello che vorremmo proporre è un ragionamento più ampio, perché credere che Selene Ticchi sia una pecora nera (scusate non abbiamo resistito), una mela marcia, è miope, significa limitare e nascondere un problema comune a più persone di quanto siamo disposti a credere. E non ci riferiamo al fascismo di ritorno, un problema da non sottovalutare ma che non vogliamo toccare oggi. Detto per inciso, i fascisti ci fanno schifo, giusto per essere chiari.

Auschwitz non Auschwitzland

Quello che vorremmo portare alla luce è come la realtà ormai sia virtuale e, di conseguenza, lo è anche la storia. Non ci si rende conto che i fatti che accadono e sono accaduti riguardano persone in carne ed ossa. Questo accade con i fatti di cronaca, quando qualcuno non prova compassione per esseri umani annegati in mare, figuriamoci quando le vicende riguardano il passato.
A volte aiuta la grandiosità degli eventi, nel senso che un genocidio può aiutare a toccare le corde della compassione: i negri di oggi non commuovono, ma santi numi, tutti quei morti in un campo di sterminio! Altre volte invece nemmeno la grandezza dei numeri aiuta. Naturalmente non teniamo conto di quei decerebrati dei negazionisti, teste di cazzo patentate e basta.

Il discorso non vale solo per neofascisti e neonazisti, ma si allarga a molti altri, tutti quelli che hanno menti prive di distinzione tra realtà e finzione. Non si tratta solo delle tre ragazzine che fanno il braccio teso davanti ad Auschwitz, ma anche di tutte quelle persone che, in visita al campo di sterminio, pensano bene di farsi selfie sorridenti.
Siete mai stati ad Auschwitz o qualche altro campo di concentramento? Chiunque abbia la minima capacità di percepire la realtà come tale non troverebbe mai il modo di farsi un selfie sorridente e con le dita a v di vittoria sui binari, o una foto sdraiato sui letti delle baracche, o altre scene del genere a cui abbiamo assistito di persona.

Auschwitzland non è solo una scritta su una maglietta

Nel momento in cui ci si distacca dalla realtà e la si tende a considerare virtuale, anche il rispetto lo diventa. È chiaro che chi indossa la maglietta Auschwitzland o chi nega il genocidio è un soggetto ben al di là della mancanza di rispetto, si tratta di trogloditi mentali. Più in generale però, pare che le tragedie che accadono o sono accadute non siano degne del rispetto di molti, del silenzio, non meritino che lo spettatore si metta da parte e che lo voglia fare per non essere protagonista di ciò di cui non vorrebbe mai esserlo. O forse il rispetto ha cambiato forma, ora farsi un selfie in un luogo nobilita quest’ultimo più di ogni altra cosa, solo la nostra faccia lo rende importante, vale solo nel momento in cui possiamo testimoniarlo ad altri.

Diciamo che in nessuno dei due casi la cosa ci piace, perché il rispetto per fatti reali non può essere virtuale. Non siamo così bacchettoni o vecchi da condannare le nuove tecnologie, non è il mezzo ad essere un problema, è la sostanza a fare la differenza: non si tratta di non fare un selfie, bensì di non avere lo stato d’animo di farlo, di non sorridere contenti su binari che hanno trasportato morte. Auschwitzland, purtroppo, non è solo una scritta su una maglietta.

Auschwitzland, il rispetto non è virtuale ultima modifica: 2018-11-02T10:00:05+00:00 da Redazione

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